La Triade Capitolina

“Perché non riesco a vedere nulla, sono al buio e non so dove io sia. Chissà da quanto tempo son qui, sarò morto… ma no, non posso essere morto, sono un Dio e padre degli Dei, quindi non posso morire, gli Dei non muoiono. Sento un po’ di freddo. Forse non è freddo, o forse sì, un freddo umido. Sento anche un odore strano, cos’è? Non riesco a capirlo. Sì, ora ricordo, è quell’odore che avvertivo girando per i giardini dell’olimpo, quando gli schiavi aravano la terra. Si giusto, la terra”.

“O mamma mia, sono sepolto. Sento il sapore del terriccio sulle labbra, ma sono di marmo, quindi non posso conoscere il sapore della terra. Eppure lo sento, sento il sapore acre di humus che ha avuto qualche contatto con i mortali, sono il padre degli Dei e di queste cose me ne intendo”. D’un tratto qualcosa di viscido passa strusciando lento sulla sua guancia. “Cos’è questo schifo, un verme, un lurido verme che solca la mia divina pelle, non posso accettarlo”, ma poi, rendendosi conto che una radice cerca con insistenza di entrare nel suo orecchio sinistro, lo scoramento lo aggredisce e lo umilia ancora di più.

“Ora comincio a ricordare, quando ero alla luce e al sole, lontano da questo schifo, vivevo vicino alla grande Roma. La città eterna era bella, c’erano tanti monumenti e strade larghe, ma era anche chiassosa, i romani parlavano sempre a voce alta, quasi urlando, si sentivano padroni del mondo, ma già… erano i padroni del mondo. Ero in una domus patrizia con molti schiavi, una grande abitazione costruita con il Lapis tiburtinus, un travertino estratto dalle cave vicino a Tibur. Un materiale, in verità, meno bello e resistente del Lapis lunense. Per questo, anche più’ economico. L’altro, quello che arrivava dal Nord, veniva usato per gli edifici sacri e per qualche abitazione di ricchi patrizi. Non per niente io sono stato plasmato nel lapis lunense, beh, è normale sono Giove.

Intanto qualche ricordo si fa strada nella sua mente. Si, non era solo, era passato molto tempo ma una immagine famigliare appare davanti ai suoi occhi: è Giunone, “la mia bellissima sposa era accanto a me, alla mia sinistra. Che strano la sentivo molto vicina, sembrava seduta sullo stesso mio trono. Che diamine, ci hanno messo uno accanto all’altra, forse un po’ troppo vicini, sembra mi stia in braccio.

La nostra era stata una bella unione. Insieme per tanto tempo… mi sembrava di sentire il suo odore; Amavo i suoi occhi, amavo il suo sguardo, amavo il suo potere, la sua forza e la sua dolcezza. A letto era una furia, faceva l’amore con voracità e voglia sfrenata. Dovrebbe essere qui ma oltre al suo odore non sento nulla, e soprattutto, non vedo segni della sua presenza. Già, ma che potevo vedere, ero nel buio assoluto”.

Mentre si perde tra i suoi ricordi Giove viene preso da una forte preoccupazione: “Odo un frastuono che si avvicina. E’ terribile non vedere nulla ed essere immersi nelle tenebre. Quel rumore continua, anzi si fa sempre più forte, sembra un frastuono meccanico, il rombo di dieci bighe che gareggiano nel circo. Quello stupido gioco che fanno i mortali rincorrendosi l’un l’altro su carretti malfermi poggiati su due ruote, trainati da quattro cavalli, se non di più. Un gioco pericolosissimo. Nel periodo in cui ero esposto sotto un grande arco, alcune donne, si fermavano e pregavano per i loro cari che gareggiavano, ma perché pregare e non convincerli a smettere quell’infantile passatempo, ma si sa, i mortali sono stupidi”.

“Questo rumore m’incute timore, si avvicina sempre più, adesso sembra una battaglia tra gladiatori, si percepisce il suono di cento spade che si scontrano tra di loro e il tonfo delle lame che si fanno strada dentro i corpi straziati, immagino il sangue che sgorga da quelle ferite. Quante madri e sorelle e mogli piangeranno questa notte. Sono qui sotto di loro e non posso vederli, ma sento il frastuono che si allontana, la battaglia si sposta su altri terreni”.

“Sono stanco di questo buio, vorrei un po’ di luce e togliermi di dosso tutta questa terra, Magari in una piscina termale. Vorrei riavere la mia augusta posizione ed essere esposto in una grande sala. Vorrei vedere intorno a me i doni e i sacrifici dei mortali. Vorrei sentire le note delle lire accompagnate dalle voci armoniose delle ninfe che danzano e cantano sorridenti ai miei piedi”.

“Tutti ricordi, illusioni e miti di un tempo ormai molto lontano, basta con questa oscurità, vorrei uscire alla luce del giorno ma mi accontenterei anche delle fiammelle di una lucerna. Per fortuna sono seduto su questo trono con accanto la mia Giunone. Ma forse non c’è solo la mia sposa, sento un’altra presenza alla mia destra, lo percepisco, c’è Minerva, la mia amata figlia, la giovane vergine guerriera con in testa il suo pesante elmo corinzio, chissà che mal di testa con quel fardello tra i capelli, povera piccola”.

Torna il frastuono. “La battaglia si avvicina di nuovo, ora la sento, è proprio sopra di me, un rombo infernale, sembrano due intere legioni in lotta tra di loro”. La terra comincia a tremare, Giove sente un fruscio, la creta, prima compatta, si sgretola davanti a se. L’argilla si scompone e cade verso il basso insieme alla nera terra. La luce tenue di una torcia illumina il viso del padre degli Dei. Ad un’oncia dai suoi sacri occhi meravigliati passano dei lampi luminosi: sono i denti d’acciaio della benna di un escavatore, una strana macchina guidata dalle mani esperte di un tombarolo che cerca reperti archeologici da trafugare verso mercati lontani.

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