La televisione dell’800

I vittoriani sullo schermo italiano

Se vi piace rivedere in TV i vecchi gloriosi sceneggiati di una volta, se vi piace leggere corposi romanzi ricchi di intrighi, fanciulle rapite e fughe a cavallo, questo libro vi incuriosirà. Si intitola La televisione dell’Ottocento – I Vittoriani sullo schermo italiano e lo ha scritto Saverio Tomaiuolo, Professore associato di lingua inglese presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Il suo punto di vista è interessate: se il romanzo è sempre lo stesso, ogni epoca e ogni cultura (il libro riguarda anche Gran Bretagna e Stati Uniti) lo legge e traduce per la Tv e per il cinema in maniera differente, rispecchiandovi i problemi, i temi del momento; non a caso l’intervista che Tomaiuolo ha rilasciato ad Angelica Fei Barberini – e che qui riproduciamo in parte per gentile concessione della rivista on line YTALI – si intitola “Lo sguardo riflesso”. Un modo per rivedere i vecchi gloriosi sceneggiati RAI, non solo con gli occhi della nostalgia, non solo per ammirarne l’eccellente fattura ma anche per rileggere da un’angolazione inedita la nostra storia recente , dal terrorismo ai manicomi, dal femminismo alla violenza sui bambini.

UN’IMMAGINE RIFLESSA

di Angelica Fei Barberini

– “La televisione dell’Ottocento: i vittoriani sullo schermo italiano”. In questo libro lei analizza gli adattamenti di alcuni grandi classici inglesi quali punti di partenza per riflettere, non tanto sul passato, ma sulla contemporaneità da una prospettiva diversa. L’idea è che questi film e sceneggiati prodotti dagli anni Sessanta in poi, abbiamo concesso al pubblico italiano “un’immagine riflessa del proprio presente”. Come è stato possibile? E che ruolo aveva la televisione nella vita delle persone in quegli anni?

– Soprattutto nei primi decenni della sua fondazione e fino agli anni settanta, la televisione costituì un mezzo importantissimo non solo per intrattenere e “informare” gli italiani, ma anche per “formarli” come individui e cittadini, sul modello della BBC. La British Broadcasting Company rappresentò infatti un precedente importantissimo sia per i vari direttori generali della RAI, sia per i registi e i soggettisti dell’epoca. La televisione per molti anni – in Inghilterra prima e in seguito in Italia – si trasformò in un vero e proprio rituale (laico) collettivo, con le famiglie riunite attorno ad essa per osservare delle storie che solo apparentemente erano collocate in un passato piò o meno distante. Di là dal fascino delle rappresentazioni in costume che molto dovevano al teatro, in particolare nei primi anni, gli “sceneggiati”, grandi autori (Dante Guardamagna per citarne uno) e registi televisivi quali Silverio Blasi, Sandro Bolchi, Daniele Danza, Edmo Fenoglio, Anton Giulio Majano, rileggono i classici letterari ciascuno secondo la propria sensibilità e orientamento culturale.  Non è un caso che le grandi narrazioni ottocentesche (inglesi, francesi e russe in primis) furono un enorme serbatoio di spunti e di idee, ma anche un’occasione per utilizzare il passato per parlare al e del presente.

  • Poche serie TV hanno incontrato in tutto il mondo la fortuna di Downton Abbey – e ancora più recentemente di Bridgerton – i cui autori sembrano conoscere molto bene le tecniche e il fascino del romanzo vittoriano; quanto devono queste serie ai romanzi ottocenteschi?

I vittoriani da un lato sono riusciti a creare storie avvincenti, e dall’altro hanno modernizzato il concetto di “serialità”, spesso concludendo i capitoli dei loro volumi con quello che oggi di definirebbe un cliffhanger. Se solo immagina che orde di lettori attendevano l’uscita dell’ennesimo capitolo di un romanzo di Dickens accalcandosi sul molo dei porti dove giungevano via mare gli “installments” (cioè le pubblicazioni settimanali o mensili del testo), oppure che Arthur Conan Doyle fu costretto a “resuscitare” Sherlock Holmes (dopo averlo fatto morire, assieme all’arcinemico Moriarty, nelle Cascate Reichenbach nel racconto “The Final Problem” ) a causa delle richieste del pubblico, allora è chiaro come nulla di ciò che accade oggi in televisione o al cinema con le varie serie o con gli innumerevoli (e talvolta improbabili) sequel sia davvero nuovo.

  • “Un sandwich pieno di segatura!” urlò un giorno che aveva i nervi Charles Dickens, tirando al muro il libro di un collega. Per fortuna c’erano e ci sono altre opere valide: Professore,  se dovesse suggerire un romanzo vittoriano (o più di uno) ai nostri lettori, quale sarebbe?
  • Se dovessi suggerire qualche romanzo vittoriano, magari meno noto, indicherei The Way We Live Now di Antony Trollope (La vita oggi, ed.Sellerio), il suo capolavoro, che parla di scandali finanziari, e di quanto il denaro, l’interesse e la corruzione ci rendano schiavi e meschini. Quanto di più attuale? Ma vi avverto: ci vuole molta pazienza perché si tratta di un testo monumentale e di una lettura che deve essere praticata con lentezza, e dunque ad un ritmo al quale non siamo più abituati. Se invece volete un romanzo, in termini culinari, più “speziato”, è d’obbligo Lady Audley’s Secret (1861) di Mary Elizabeth Braddon (Il segreto di Lady Audley, ed.Fazi), che include bigamia, manicomi e mogli che scagliano i loro (ex) mariti, rei di averle abbandonate ad un triste destino, in un pozzo per evitare che il loro “segreto” sia rivelato. Non male per un’epoca ritenuta, erroneamente, famosa per i suoi polverosi salotti, per i pesanti arredi e per i bustini stretti.

Saverio Tomaiuolo è Professore associato di Lingua inglese presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Ha pubblicato numerosi libri, articoli e saggi sulla letteratura vittoriana e le traduttologia su riviste nazionali e internazionali.  

 Angelica Fei Barberini, laurea in Relazioni Internazionali, dottorato di ricerca in Letterature comparate, collabora con la Dante Alighieri del Portogallo e la rivista on line YTALI. Il testo integrale dell’intervista: https://ytali.com/2021/07/20/unimmagine-riflessa/ 

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