IL Mulino della Fiora (tra Mentana e Palombara Sabina)

mulino della fiora

Il “Mulino della Fiora” tra Mentana e Palombara Sabina – a cura di R. Tomassini


Nei tempi passati, il forno pubblico di Mentana, come tutti i fabbricati di pubblica utilità, era di proprietà del signore del castello ed era periodicamente concesso in affitto dietro corresponsione di un canone fisso, secondo uno schema che rimase invariato per secoli. Le disposizioni contrattuali stabilivano che il fornaio avrebbe portato a macinare il grano al mulino della Fiora, obbligo che del resto gravava su tutti i vassalli del principe Borghese, relativamente ai cereali raccolti nella propria giurisdizione.

Questo mulino dal punto di vista amministrativo non rientrava nel territorio di Mentana, essendo situato nel Comune di Palombara, tuttavia mi è sembrato opportuno prendere nota in questa sede in quanto fino agli anni Venti del secolo scorso ha rappresentato il polo di produzione indispensabile alle più elementari esigenze della popolazione di Mentana.   

Il mulino della Fiora, che ebbe un ruolo così importante nell’economia del nostro paese, era inserito nel suggestivo ambiente collinare posto lungo antico percorso della via Reatina, e deve il suo nome al torrente Fiora, affluente di sinistra del Tevere, che fa parte di una cospicua idrologia di superficie di cui è ricca la zona, solcata da corsi d’acqua, rilevanti solo superficialmente, anche se di modeste dimensioni, tra i quali il fosso della Bufala che nasce all’interno del Bosco di Gattaceca per confluire anch’esso, insieme ad altri corsi d’acqua, nel fiume Tevere.  E’ facile perciò supporre che, quando ormai il numero dei residenti richiedeva un’organizzazione di villaggio in grado di autogestirsi, le autorità cittadine ritennero di edificare in questo luogo un mulino, rappresentando una collocazione ottimale: la posizione del mulino della Fiora offriva il doppio vantaggio dell’abbondanza delle acque e l’economicità nei trasporti dei materiali essendo sull’antico tracciato della via Nomentana che in poco più oltre, si univa perpendicolarmente con la strada per Palombara, segnando il luogo di confine con il reatino e le zone della Comarca.

ponte dove passò carlo magno mulino fiora mentana
Ponte della Fiora
fondovalle fiora torrente

Il 17 marzo 1648 iniziavano i lavori di costruzione del mulino ad opera dell’impresa di Michele Romano, muratore milanese, con progetto e sotto la direzione dell’architetto della Casa Borghese Giovanni Maria Bolino. La costruzione del complesso e del vicino ponte della Fiora era già terminato il nuovo mulino venne costruito a tempo di record alla fine di agosto dello stesso anno Nel territorio della Fiora, detto anche Castel Vecchio, vi era, infatti, una gabella per controllare il bestiam che veniva a pascolare nella Dogana dei pascoli del Patrimonio. Proprio in quel punto, nei pressi del ponte, una catena di ferro sbarrava il passo della Strada Romana, fermata da una parte da una colonnetta di pietra ed un “passone” di legno dall’altra. Fra i documenti ritrovati c’è anche un bando del 1637 che fissava “La Gabella del bestiame per l’osteria e ponte della Fiora” per il passaggio di animali di qualunque specie e quantità passano davanti all’osteria. Per i trasgressori che avessero cercato di non pagare, secondo quanto previsto, o avessero dichiarato il falso, ipso facto il gabelliere procedeva al sequestro della bestia e della soma o fardello.  A testimoniare l’importanza del luogo, troviamo qui anche una piccola chiesa risalente al XVI secolo, edificata a ringraziamento e ricordo di una grazia ricevuta da Giovanni Savelli, signore di Palombara, dotata di tutte le suppellettili, dove era celebrata la S. Messa in ogni festa di precetto.  Sulla facciata dietro l’altare, un dipinto recava in alto l’immagine della Vergine col Bambino, mentre in basso era raffigurato un cavallo imbizzarrito che disarciona il cavaliere sostenuto da terra dall’Angelo Custode che lo preserva dalla caduta. Si tratta dell’episodio miracoloso come pure recitava in epigrafe marmorea posta al sommo del portale quando era ancora in vita il privilegiato protagonista: IOANNES SABELLVS SACELLVM DEO SALVATORI ET ANGELO CVSTODI DICAVIT CASVSQVE SVOS IN PICTO PARIETE EXPRESSIT.

   Il complesso, oltre il mulino, comprendeva un’osteria, una stalla con fienile, orto, prato e terreno seminativo. Nei pressi vi era anche un piccolo fontanile con acqua perenne e selciata attorno per uso dell’osteria e dei passeggeri. Contigua all’osteria vi era la mola a grano. L’edificio, oggi poco più di un rudere, era composto di due piani con portali d’ingresso all’angolo meridionale e muro divisorio centrale, con due archi di passaggio. Una scala in pietra ascendeva al piano superiore composto di due stanze. L’apparato motorio era molto semplice: la ruota idraulica, alloggiata sotto il fabbricato, trasmetteva direttamente il movimento rotatorio ai palmenti sistemati all’interno del locale. Tutto funzionava senza ingranaggi e con risparmio d’energia. Ogni giro di ruota, era un giro della macina, che comprendeva «Due mole con loro letti e correnti andanti e macinanti con loro […] ferramenti, loro bocchette e sportelli di ferro. Tavoloni che formano li due cassoni de’ farinari, loro armature in piedi di legname che reggono le due tramogge e reggono li due curoli ed altre armature con verrocchio [specie di argano] per alzare e pesare li sacchi del grano e farina. Due staffoni di ferro a detti farinari. Quattro cerchi di ferro…. Una corda grossa per legare i sacchi nel verrocchio e due cavapetti nelli due curoli per levare le macine per ribatterle; la selciata nel pavimento senza mancanze. Una scodella di rame con manico di ferro per prendere le molature» 

 I mulini venivano affittati con regolari aste pubbliche a degli imprenditori specializzati per un periodo di tre o quattro anni.  I molinari dunque si spostavano abbastanza di frequente anche se potevano riuscire ad aggiudicarsi più appalti successivi dello stesso impianto. Il fittabile del mulino oltre al canone d’affitto doveva pagare l’acqua e tenere pulito il canale. Poiché i mulini si trovavano spesso a notevole distanza dal centro abitato, di solito il mugnaio era tenuto ad andare a prendere i grani a domicilio dei clienti ed a riportarvi la farina.  I mugnai dovevano restituire la farina, riposta in un sacco, per una quantità corrispondente al peso del grano macinato. Anche i mugnai si facevano pagare in natura con una quota della farina macinata, traendone una determinata percentuale. Per tale operazione utilizzavano un apposito contenitore di ferro chiamato «scudella». Tale recipiente, che appunto doveva contenere una quota percentuale fissa per ogni sacco di frumento macinato, serviva al mugnaio per prendere la molenda, ossia la quota di loro spettanza per macinare il grano. La «scudella» doveva perciò essere verificata e bollata conformemente ai campioni tenuti nei competenti uffici del Governatore di Palombara che attraverso i suoi ufficiali era tenuto a vigilare sul rispetto delle norme in materia di pesi, misure e bilance.  Se trovati conformi da parte degli incaricati essa era incatenata.

Il compenso del mugnaio era normalmente di una scodella per rubbio, cioè di un sedicesimo del grano macinato (6,25%). I canoni d’affitto erano abbastanza elevati, potevano giungere ad un terzo dei ricavi lordi dell’esercizio e dovevano essere pagati in contanti. Si trattava quindi di un’attività redditizia ma non esente da rischi: essendo pagati in natura i mugnai dovevano improvvisarsi mercanti ed in caso di crisi potevano trovarsi in difficoltà. Stante la brevità dei contratti cercavano di guadagnare il più possibile e pare che avessero una spiccata tendenza a fare la cresta sul macinato.  Infatti accadeva spesso che la scudella differisse per eccesso da quella imposta dagli incaricati della Comunità e si avviassero perciò contenziosi con la Comunità di Mentana. Le risultanze di alcune delibere della Comunità di Mentana, purtroppo, lo confermano. Il mulino era protetto da leggi severe perché era molto costoso costruirne uno tutti coloro che lo utilizzavano dovevano pagare una tassa. Il mugnaio doveva sempre pesare il grano prima di macinarlo per restituire al proprietario la giusta quantità di farina. Il suo lavoro veniva pagato in natura cioè in farina.

Nel febbraio del 1719 c’erano state delle proteste, anche piuttosto vivaci per un arbitrario aumento della scodella fu intenta una causa contro il molinaro per terminare le differenze dell’aggravio della molitura della Mola della Fiora. Nella delibera del 12 marzo 1719, relativa alla riduzione della scodella del mulinaro della Fiora, fu deputato il Sig. Massimiliano Cardinale ad andare in Palombara con le facoltà necessarie per ottenere il Decreto definitivo per detta causa dal signor Auditore, e fare incatenare detta scodella et a altro necessario. 

Nel 1802 troviamo ancora la descrizione della “mola a grano sul Fiora” con tre mole, Casale e Osteria della Fiora: cucina, cantine, stalle, e una piccola chiesa con campanile davanti all’osteria con un fontanile ad acqua perenne. Il limite del Mulino della Fiora, oltre la notevole distanza dall’abitato, circa 6 miglia, più o meno 9 Km, era costituito dal fatto che nei periodi di siccità o nella cattiva stagione, i mentanesi dovevano recarsi alle mole di Tivoli o Martellona, lungo la strada che prese il nome, appunto, di Via delle Molette. (Per la precisone il termine Molette deriva dalla presenza attestata fin dal 1408 di “molendini” afferenti al rivus Magulianus oggi Fosso delle Molette, e due molette son segnate nella pianta del Peperelli del 1618).

Per questo, nel 1866, Pietro Santucci, all’epoca sindaco del paese, avanzò la richiesta presso il Ministero dell’industria, per poter costruire a proprie spese, in un terreno di sua proprietà, a poca distanza dall’abitato (il luogo non viene precisato), di una mola a Vapore che avrebbe avuto una potenza da 2 a 4 CV., capace di macinare dai 12 a 24 rubbia di grano nell’arco della giornata. L’iniziativa trovava favorevole anche il Municipio di Mentana (ovviamente!), ma Pietro Santucci pretendeva una privativa per la molenda, ossia il prezzo in denaro o in natura che si pagava al mugnaio per la macinatura del grano, per un periodo di 30 anni. La mola sarebbe stata utile anche per i paesi vicini. Il Ministero dell’industria, dopo aver chiesto al Governatore di Palombara, una conferma sulla reale necessità dell’impresa, ed avutane risposta affermativa, concedeva l’autorizzazione. Tuttavia Pietro Santucci, in una lettera al Ministero del 23 dicembre 1867,  chiedeva l’annullamento della concessione poiché, spiega, in seguito degli eventi bellici della Battaglia di Mentana, aveva subiti numerosi ed ingenti danni alle sue proprietà che evidentemente non gli permisero di affrontare spese preventivate per realizzare l’impresa: “… infiniti furono i danni miei, indescrivibile il dissesto avvenuto nei miei particolari interessi  per l’invasione delle orde garibaldesche nella terribile giornata del combattimento del  3 novembre 1867… la famiglia spogliata, il podere distrutto (Vigna Santucci n.d.r.), le siepi distrutte i cancelli spezzati, la casa (Palazzetto in piazza San Nicola n.d.r.) andata in parte in fiamme e fuoco …”.

La tradizionale tecnica di macinazione rimase, pertanto, ancora per diversi decenni, inalterata anche dopo l’introduzione della forza motrice a vapore, fu quella praticata con il molino palmenti (o a sfregamento) considerato “la macina per grano” per eccellenza molto diffusa nell’Italia centro meridionale. Soltanto negli egli anni Venti, i F.lli Marcheggiani impiantavano in Via Tre Novembre una mola a grano con motore elettrico che resterà aperta fino al 1965, quando ormai nessuno seminava più il grano.


Roberto Tomassini
Roberto Tomassini

Appassionato studioso di arte e storia del territorio sabino-nomentano

IlTerritorio.net

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