Ciciliano e il castello Theodoli

Un borgo cresciuto intorno alla fortezza

Si arriva a Ciciliano percorrendo la via Empolitana, l’antica strada che da oltre due millenni costeggia il fosso dell’Empiglione e attraversa i monti tiburtini e i monti prenestini, in un continuo alternarsi di salite e discese. La vegetazione in questo periodo dell’anno, siamo in piena estate, è verde e rigogliosa a causa dell’elevata quantità di precipitazioni atmosferiche e della grande risorsa idrica della zona. Qua e là faggi, aceri e tigli lasciano spazio a macchie di verde intenso; terreni erbosi con animali al pascolo si alternano a una vegetazione lussureggiante.

Il centro storico di Ciciliano e il castello Theodoli sono in cima al colle Ciciliano, 618 metri sul livello del mare. Parcheggio l’auto e mi accingo alla “scalata”. La strada sale verso un gruppo di case, dove alcuni paesani m’informano che il castello è ancora più su ma non lontano, percorro via delle Pianelle e giro a sinistra verso piazza di Corte. Intorno a me le case cambiano aspetto di pari passo con il mio salire: le piccole e moderne facciate intonacate e lisce, man mano che ci avviciniamo alla vecchia cittadella, lasciano lo spazio a muri più antichi, i portali delle abitazioni sembrano sopportare il peso degli anni, anche se lasciano trapelare la loro vetusta età insieme alla loro bellezza. La cura e la pulizia dei portoncini e delle finestre, colme di fiori, mi parlano dell’amore e dell’attenzione degli abitanti per il loro Paese.

Superato un angolo, dopo l’ennesima salita, mi appare il castello Theodoli in tutta la sua grandezza. Due torri, una rotonda e l’altra quadrata, incorniciano un’austera facciata. Alcune finestre mi guardano severe attraverso robuste grate, altre, chiuse da spessi scuri, fanno la guardia a segreti antichi. Due scale a tenaglia portano all’ingresso del maniero, dove mi attende un portone sormontato da un antico portale. L’ingresso è precluso da un cancello, bloccato da una catena con tanto di lucchetto. Per nulla soddisfatto del momentaneo risultato negativo della mia ricerca, mi avvio verso il quartiere storico dei Perigoni e poco lontano, dopo un piccolo arco costruito alle spalle di una chiesa, trovo alcuni abitanti in compagnia di qualche vacanziere, seduti fuori dalle case per godere un leggero refolo di frescura in questa calda giornata d’agosto. Questi mi accolgono con un sorriso e m’invitano a sedere, ben consapevoli della mia stanchezza per le ripide salite. Con i nuovi anfitrioni scambio quattro chiacchiere come se fossimo vecchi conoscenti e chiedo informazioni sulla fortezza. Una signora mi avverte che più avanti c’è il marito Piero; “Lui sa tutto del castello”, quindi proseguo chiamando a gran voce il mio futuro confidente, probabilmente una sorta di guardiano.

Del guardiano Piero però non v’è traccia ma non mi scoraggio e nell’attesa do uno sguardo intorno ammirando le case che mi circondano. Qui il tempo sembra essersi fermato a qualche secolo fa: le scale che portano agli ingressi delle abitazioni sembrano intrecciarsi e rincorrersi come in un film di Harry Potter. Gli antichi portali che incorniciano gli ingressi fanno bella mostra di sé in cima ai gradini; un continuo alternarsi di salite e discese mi palesano un Paese costruito abbracciato al castello del Signore del momento. Due gatti, che riposano sornioni sotto una lama di luce creata dal sole che si avvia al tramonto, mi rivolgono uno sguardo disinteressato.

Dietro di me arriva un uomo abbigliato con jeans e camicia Oxford azzurra con le maniche arrotolate. Non mancano i classici occhiali da sole Ray ban, tipico abbigliamento degli anni ’60, e da questo s’intuisce che il nuovo arrivato ha pressappoco la mia stessa età, oltre i sessanta. Mi saluta con un sorriso e anche lui chiama a gran voce Piero, che finalmente appare. I due s’incontrano con un cenno della mano, come fanno i vecchi amici. A quel punto chiedo scusa e m’inserisco nella conversazione chiedendo informazioni su come poter entrare nel castello; il signor Piero alza la mano verso il suo amico dicendo: “Lui è il proprietario, il Marchese Marco Theodoli, se non la fa entrare lui non lo può fare nessuno”.

Dopo le presentazioni di rito, il Marchese Theodoli mi accoglie nella sua casa, il castello, e con fare simpatico e amicale mi guida in un giro attraverso il maniero. I giardini pensili, da dove lo sguardo si perde su tre valli, i muri di cinta con merli Guelfi costruiti dal nonno a inizio secolo, il porticato ristrutturato dal suo papà nel 1960, la pressa per l’uva che un tempo era a disposizione della popolazione, la cucina monumentale e un grande forno, anche questo usato dai cittadini. Saliamo nel piano nobile, dove scopro un grande salone per le feste, lo studio e alcuni salotti e così di seguito il resto delle stanze. A quel punto chiedo all’amico Marchese, perché tale ci è apparso con la sua simpatica cordialità, di raccontarmi la storia del suo casato e della fortezza.  

Marchese Theodor il cognome della sua casata non sembra avere origini italiane.

“La mia famiglia ha origini greche, i miei avi erano presumibilmente dei mercanti; presumibilmente perché non c’è nulla di scritto, non esistono documenti. Questi miei avi sarebbero risaliti attraverso la Jugoslavia per poi entrare in Italia e stabilirsi finalmente a Forlì dove sono rimasti per secoli, fino al 1500 quando si sono trasferiti a Roma”.

La sua famiglia quando è entrata in possesso del castello di Ciciliano?

“Il castello nasce nel X secolo come piccolo monastero dipendente dalla diocesi di Subiaco per passare poi sotto la proprietà dello stato della Chiesa che l’ha trasformato com’è ora, con le quattro torri”. Ci spiega con chiarezza il Marchese. “La torre originale, una piccola torre di avvistamento, non esiste più. Da allora il castello ha avuto sempre un’importanza militare di difesa, dalla sua posizione strategica si possono vedere tre valli. Chiunque si dirigeva a Roma, proveniente dall’Adriatico, poteva essere controllato. Molte famiglie nobili si sono alternate nel possesso della fortezza, dopo tre secoli di gestione della Chiesa il castello divenne proprietà della famiglia dei Colonna che lo possederono per duecento anni. In seguito si susseguirono famiglie come i Borgia, i Carafa, i Farnese per tornare proprietà dei Colonna e infine ai Massimo. I miei avi acquistarono il castello nel 1576, e da allora è rimasto di proprietà della mia famiglia”.

Nella sua casata c’è stato un ingresso curioso e interessante, siamo agli inizi del novecento e suo nonno sposò una donna americana. Una presenza proveniente da una cultura giovane e innovativa, com’era quella americana, era entrata in una famiglia nobile romana, due aspetti di società diverse; cambiò qualcosa quest’apparizione?            

“Quello che posso dirle subito è che mia nonna non amava Ciciliano, ci veniva
malvolentieri perché non era abituata alla vita di un paesino arroccato su un colle, nel bel mezzo di una catena montuosa”.  “Tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento c’erano degli americani ricchissimi che viaggiavano per l’Europa: Parigi, Londra, Roma. Questi signori si portavano dietro tutta la famiglia. Mia nonna era di Pittsburgh in Pennsylvania e il suo papà era uno dei re del carbone. Durante un viaggio in Italia, nel suo soggiorno a Roma, mia nonna partecipò a una festa, dove incontrò mio nonno. Si innamorarono e si sposarono nel 1909. Nel 1913 nel castello furono fatti dei grossi lavori di ristrutturazione e mia nonna ne prese parte integrando il classicismo nobile romano con le innovazioni americane. Questo si può considerare un contributo della mia nonna americana”.

 Marchese Theodoli sappiamo che lei non vive nel castello come mai?

“Non vivo nel castello per motivi di comodità, vivo sempre qui a Ciciliano, anche se faccio continuamente la spola con Roma. Abito a casa di mia moglie, poco distante dal castello. La sua è la casa più grande del Paese dopo il castello, ci sono tutte le comodità ed è anche più economica; pensate cosa vuol dire riscaldare un castello come questo. Naturalmente possediamo una casa a Roma, dove viviamo soprattutto l’inverno”.

Le faccio ora una domanda per soddisfare una mia curiosità: gli anni della sua giovinezza li ha vissuti qui nel castello?

“No, noi siamo sempre vissuti a Roma, questa era la casa delle vacanze e la vita non era così piacevole qui; pensate che sono il quinto di sette fratelli e sorelle. Con i miei genitori già era un’altra cosa, erano di mentalità più aperta, avevano una mamma americana, quindi un’educazione diversa, ma immaginate quando c’era mio nonno: i primi giorni della vacanza erano anche piacevoli, ci ritrovavamo tutti qui con i miei fratelli e sorelle e cugini, pieno di giovani, ma già dal terzo giorno diventava pesante”. Racconta il nobile Romano con una velatura di tristezza sul volto. “Vivevamo dentro il castello e non ci facevano uscire. Ricordo il campanaccio del cuoco e quando suonava dovevamo correre, soprattutto per la cena, obbligatoria la giacca e la cravatta. Questo accadeva mentre tutti i miei amici erano in vacanza all’Argentario. No, non era una bella vita”.

Questo è un castello, e come tutti i castelli desta curiosità per qualcosa che potrebbe essere successo all’ombra dei torrioni, nelle segrete, nelle stanze e nei giardini, che lei sappia, nel corso dei secoli c’è stato qualche episodio, qualche chiacchiera circolata tra queste mura?

“Non ho notizie certe, ma sembra che nel 1700 ci fu un delitto all’interno del castello; un mio avo, il Marchese del momento, uccise con un’archibugiata il cuoco, proprio qui nel giardino interno, davanti alla cucina. Non si sa perché l’abbia ucciso, c’è qualcosa di scritto ma io non ricordo, ci sono varie interpretazioni che vanno da un cibo trovato cattivo dal mio avo, a un gioco con l’archibugio finito in tragedia, fino al delitto per gelosia causato da una probabile storia tra la Marchesa e lo sfortunato cuoco. Ci fu anche un processo ma il Marchese che ha sparato non è mai andato in prigione”. Spiega con una malcelata ironia il Marchese Theodoli. “fu chiamato dal Papa che gli fece solo una ramanzina con una tiratina d’orecchie, almeno questo è quello che si dice”.

Finita la nostra piacevole conversazione, esco dal castello Theodoli scendendo per la scalinata a tenaglia in compagnia del Marchese che mi accompagna attraverso piazza di Corte, la salita di Corte e giù fino in via delle Pianelle dove mi saluta con un simpatico sorriso. Continuo la strada verso il parcheggio, dove mi attende l’auto, con la consapevolezza di avere in tasca un bell’articolo e con l’agilità di chi ha finalmente trovato una strada in discesa.

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