Il convento di Sant’Antonio da Padova in Tivoli

Ci dirigiamo verso Tivoli uscendo dalla frazione di Campo Limpido, un agglomerato urbano nella valle dell’Aniene poggiato sulla riva destra del fiume, poco distante dalla città laziale.
          Lasciato alle nostre spalle il ponte dell’Acquoria, un antico attraversamento romano sull’affluente del Tevere, che prende il nome da una sorgente poco distante, saliamo per la via del Santuario della Madonna di Quintiliolo. La strada è stretta e dobbiamo rallentare e qualche volta anche sostare quando incrociamo vetture che vengono in senso opposto: ai lati lunghe teorie di ulivi incorniciano il paesaggio. La sterpaglia è secca e gialla e, nonostante sia mattina presto, il caldo è opprimente. Alla nostra destra, filtrata dagli alberi, appare e scompare la silhouette di Tivoli attraverso abbaglianti raggi solari.  

Dopo una delle tante curve gli ulivi cedono il passo ai ruderi della villa di Quintilio Varo. Pietre bruciate dal tempo e dall’incuria emergono tra la vegetazione che le circonda, ennesime vestigia dell’antica grandezza di Roma. La villa è per estensione la seconda nel Lazio, preceduta solo da Villa Adriana. Confinante con i suoi resti c’è il Santuario della Madonna di Quintiliolo. All’interno del tempio è custodita la sacra immagine della Vergine Maria, un dipinto del XIII secolo. Secondo una leggenda tiburtina tale immagine, dipinta su una tavola, fu ritrovata da un contadino nelle vicinanze mentre arava il proprio terreno. La tavola raffigurante la Madonna era nascosta sottoterra, probabilmente per timore dei barbari predatori e distruttori delle immagini sacre.

Dalla terrazza davanti alla Chiesa si ammira un panorama unico: oltre la cascata, le cui acque sembrano sgorgare dal cuore del monte Catillo, sono visibili i templi dell’acropoli e in fondo, dietro quello che rimane delle cartiere, simbolo della passata fioritura industriale di Tivoli, appare il tempio di Ercole Vincitore, ultimo sperone verso Roma che s’intravede all’orizzonte.

Salendo più in alto ci immettiamo nella provinciale 31, una sinuosa arteria di campagna che collega Tivoli al comune di Marcellina. Proseguendo per questa strada si costeggia sulla destra un lungo muro, ben intonacato e pulito, che racchiude e protegge dagli intrusi un convento francescano.  Al termine della lunga parete una chiesetta dedicata a Sant’Antonio da Padova. Il convento, secondo alcune fonti mai confermate, sarebbe stato costruito sui resti della villa di Quinto Orazio Flacco, data poi in dono al poeta romano da Gaio Cilnio Mecenate.

Entriamo con l’auto nel parcheggio davanti alla chiesa, una piccola terrazza che si affaccia sulla valle dell’Aniene. C’è spazio solo per tre auto al massimo. Una porticina a destra dell’ingresso più grande si apre e una signora, avanti negli anni, sicuramente ben portati, esce e ci viene incontro sorridente. La donna, vestita elegantemente in un sobrio tailleur grigio, ci accoglie con una gentile stretta di mano: è la contessa Beatrice De Brisis, l’attuale proprietaria dell’ex convento, ora villa privata, della chiesa e dei resti romani sui quali poggia il monastero. Dopo i saluti di rito la contessa ci guida nella sua casa. Passiamo in un corridoio che costeggia la chiesa, aperta solo una volta l’anno: il giorno della ricorrenza di Sant’Antonio da Padova. Riusciamo a dare uno sguardo all’interno. Le candele irradiano una tenue luce, alcune piccole finestre lasciano entrare deboli raggi di sole che corrono in aiuto delle fiammelle tremolanti in cima ai ceri. Gli inginocchiatoi sono immersi nella penombra e dall’alto, dietro l’altare, l’immagine della Vergine Immacolata ci guarda severa tra San Francesco e Sant’Antonio da Padova. Un’atmosfera di sacralità aleggia nell’aria.

Lasciamo la piccola chiesa alla nostra sinistra e percorriamo un lungo corridoio. A destra vediamo molte porte che un tempo davano accesso alle celle dei frati; sul legno sono ancora visibili i numeri delle stanze. Arriviamo infine in una sala con ampie poltrone. Ci sediamo su due di queste. L’arredamento è sobrio e accogliente; il soffitto decorato in legno e il pavimento di cotto creano un’atmosfera riposante. Dalle finestre alla nostra destra vediamo Tivoli, la cascata e la Valle dell’Inferno.

“Contessa!” Inizio la mia domanda con il titolo nobiliare che un tempo spettava alla nostra ospite, ma l’aristocratica signora, assumendo un’aria austera, mi ferma subito. “Se vogliamo essere veramente storici, non sono contessa ma viscontessa: un titolo dato a un avo di mio marito da un Re di Francia, dovrei ricordarmi quale! Ci tengo molto a questa differenza, anche se non è rilevante, perché in Francia c’è ormai la Repubblica e lo stesso in Italia, ma la mia famiglia è l’unica ad avere questo titolo nel nostro Paese ed è per questo che ci tengo! Tra l’altro il titolo di viscontessa è inferiore per importanza a quello di contessa”.

 “D’accordo, allora viscontessa! Anche se per brevi periodi, lei è vissuta e vive tra queste mura da molto tempo: nelle sale, nei corridoi, nella cucina, luoghi che erano parte di un’antica villa romana, una villa che per alcuni fu la residenza del poeta romano Orazio.  Secondo le sue sensazioni, quanto c’è di vero sulla presenza di Orazio in questa casa e che effetto le fa vivere qui, tra queste antiche presenze?”.
           “Nelle stanze sotto di noi ci sono i resti di mosaici del 1° secolo avanti Cristo”, risponde orgogliosa l’aristocratica signora.Ancora più giù, nel secondo piano sotto, c’è un ninfeo, una grande sala senza piscina centrale ma con due vasche laterali, dove scorreva l’acqua, e il soffitto era coperto da vegetazione rampicante. Un luogo spazioso dove si riunivano Orazio, Virgilio e Mecenate: il loro salotto fresco. Lì bevevano vino e parlavano di odi e rime, scrivendo poesie arrivate fino a noi dopo due millenni”, ci spiega la signora con espressione assorta. “Anche se non ci sono documenti che lo confermano, io sono sicura che non possa essere soltanto una leggenda: quei resti e quelle mura, il ninfeo, i mosaici dei pavimenti nel piano superiore sono testimonianze della presenza di Orazio e dei suoi amici”.

 “ Viscontessa, ci sono altri ricordi o aneddoti, magari più recenti, che la legano in qualche modo a questa casa?”      
          “Le posso raccontare di alcune storie che sono arrivate fino a noi: ad esempio una vicenda di Pio II. Questo Pontefice, in un periodo di lotte interne in tutta la regione, non potendo allontanarsi da Roma per fuggire dal caldo della Città Eterna, venne a Tivoli, da dove poteva sorvegliare la costruzione della Rocca da lui voluta. Visse alcuni mesi in questa casa quando era un convento e scrisse della cattiva gestione della tenuta da parte dei frati. Scrisse anche che, quando pioveva, l’acqua filtrava tra le tegole del soffitto e cadeva sul letto, e infine denunciò la presenza di topi grandi come conigli.  Mia suocera era talmente fiera di questa frase, perché era la prova che Pio II aveva soggiornato in questa casa, che la ripeteva continuamente. Noi la pigliavamo in giro cantilenando: Mamy!  Topi grandi come conigli!”

Il volto sorridente della nobildonna conferma i divertenti ricordi di un tempo. “Quando ho saputo che un giorno ne saremmo stati i proprietari”, prosegue la viscontessa, “non ho avuto una buona reazione: m’innervosivo man mano che la data si avvicinava e si rendeva concreto il pensiero di entrare in questa casa, che era in condizioni disastrose, come aveva scritto Pio II.

Il convento è stato l’unico motivo di diverbio che ho avuto con mio marito in tanti anni: non lo volevo, ci ho anche pianto. Abbiamo avuto due, tre anni di discussioni e alla fine sono arrivata al punto di dire: scegli tra me e Sant’Antonio. Mio marito, che era molto più inglese che francese, non mi ha neanche risposto e così ha avuto me e il convento”.

La donna fa  una pausa e dopo un malinconico sospiro riprende: “Una volta entrati in possesso di Sant’Antonio abbiamo avviato grandi lavori di ristrutturazione per cambiare e ammodernare un po’ tutto.  Anni faticosi! Pensi che io vivevo qui e può immaginare come! Finestre spalancate, calcinacci ovunque e tanta polvere… ma alla fine mi sono affezionata al convento ed ho cominciato a sentirlo mio. L’ho gestito per venti anni e continuo a venirci. Mi occupo del giardino e cerco di migliorarlo portando anche delle modifiche. Mi piace stare qui e girare per la casa guardando e ammirando ogni dettaglio, consapevole della sua lunga storia”.

Come può immaginare, il nostro pubblico è interessato alla storia del convento e di come la sua famiglia ne sia venuta in possesso”.

“Nel 1870, con l’unità d’Italia, il governo ha preso possesso di tutti i beni della Chiesa, compreso Sant’Antonio, e qualche anno dopo ha deciso di metterlo in vendita all’asta. Un antenato di mia suocera l’ha acquistato ed è venuto a vivere qui. In seguito la casa è stata abitata dalla famiglia di mio marito passando di padre in figlio, fino a mia suocera che l’ha avuta in eredità da sua zia. Infine siamo subentrati noi”. 

Terminata la nostra conversazione, la viscontessa ci chiede se vogliamo vedere il ninfeo. Accettiamo ma senza troppa enfasi, nel tentativo maldestro di nascondere che il principale motivo della nostra visita a Sant’Antonio è soprattutto quella traccia del passato.  Seguiamo la nobildonna lungo il corridoio che porta alle scale da cui si scende in giardino. Passiamo per la cucina, dove sopra il lavandino è evidente una parte di parete costruita in opus reticulatum. A terra resti di antichi mosaici. Usciti all’esterno, troviamo un giardino pensile che si apre sulla Valle dell’Inferno, dove antichi vasi incorniciano la cascata dall’altra parte della gola, Tivoli e l’orrido. Il rumore dell’acqua che si getta nel vuoto ci accompagna nella passeggiata. La gentile signora ci indica la via per il ninfeo, una stretta e ripida scala che scende ancora più in basso. Lei preferisce non venire e aspetta lì il nostro ritorno. 

Arriviamo in una nuova terrazza. La giornata è luminosa e il panorama continua ad essere  eccezionale: sul fondo, verso Roma, un arco incornicia tutta la valle che ci divide dalla capitale. Sulla destra, davanti ad un prato ben curato, una porta di legno con alcune assi malridotte dalle intemperie è l’unico diaframma che racchiude i resti di una storia millenaria. Superata la soglia, ci accoglie un ambiente dall’odore antico con ampie pareti sempre in opus reticulatum. Scendiamo alcuni gradini costruiti in seguito per arrivare al livello originale, poiché il terreno esterno nel corso dei secoli si è alzato di qualche metro. Ci troviamo ora al centro del probabile ninfeo, un luogo sacro e profano allo stesso tempo, dedicato a qualche ninfa consacrata presumibilmente al vicino fiume Aniene. L’edificio rettangolare è incorniciato da due vasche laterali nelle quali scorreva l’acqua proveniente da una sorgente posta a monte della struttura; sopra le vasche alcuni fori, forse basi per fiaccole o lucerne. Qua e là vari fasci d’erba, forse resti di lavanda. Una vecchia carriola di legno e alcuni stanchi attrezzi da giardino non tolgono nulla alla mistica sacralità del luogo. Sulle pareti ricoperte di muschio sono visibili tracce d’iscrizioni e resti di mosaici. Mosaici anche a terra: piccole tessere sbiadite dal tempo. Nella parete principale del locale, un’abside coperta da una volta incorniciata da un cordolo, dove alcune tracce scure fanno pensare ad affreschi che l’abbellivano. Al centro dell’abside una parte rialzata, dove forse sedevano gli ospiti in compagnia dell’anfitrione.

 A questo punto la mia fantasia comincia a viaggiare e come in un film di fantascienza, sfruttando un’improbabile macchina del tempo, mi trovo catapultato indietro di 2000 anni.

 Al centro della sala vedo giovani ninfe che danzano e improvvisano giochi sorridendo felici. I capelli sono ornati di fiori colorati e le lunghe tuniche ariose danzano al ritmo dei loro passi. Nell’aria volteggiano le note di una lira dorata, coperte solo a tratti dal frusciare leggero dell’acqua che scorre nelle vasche. Alle pareti piante acquatiche coprono in parte le fiammelle delle lucerne poste ad arte nelle nicchie. Dall’altro lato della sala, nell’abside, vedo tre uomini: Quinto Orazio Flacco, Publio Virgilio Marone e Gaio Cilnio Mecenate, alcuni degli intellettuali e scrittori più apprezzati nel secolo d’oro della letteratura latina.

Vado verso di loro mentre le bellissime ninfe si fanno da parte sorridenti al mio passaggio, lasciando nell’aria una traccia di fresco profumo. Orazio e Mecenate sono coricati sul triclinio mentre Virgilio, in piedi, legge alcune rime scritte su una pergamena. I tre personaggi, avvolti in candide toghe di lino drappeggiato, bevono il vino offerto loro dalle ancelle. Alle pareti affreschi raffiguranti nature morte di frutta e cacciagione incorniciano la scena immaginaria. In un piatto dai colori vermigli, poggiato su un basso tavolo, coppe di vino accompagnano pane di ceci e alcuni grappoli d’uva: accanto, rotoli di pergamena tenuti da nastri di stoffa.

Orazio si gira e si accorge di me, mi guarda con aria interrogativa e chiede il motivo della mia presenza. Gli rispondo che sono entrato in quel luogo spinto dalla curiosità di giornalista. Il poeta, interessato, vuol sapere cos’è un giornalista. “è una persona che cerca di capire cosa accade nel mondo”, spiego convinto. Lui mi guarda e afferma: “Non è certo una cosa facile, è come cercare un po’ di luce in una notte di tempesta”. Poi sorride invitandomi a sedere. Anche Mecenate e Virgilio mi accolgono con un sorriso e mi offrono del vino di sapore forte ma genuino. Chiedo cosa stiano facendo e sempre con molta cordialità l’influente protettore di artisti mi spiega: “Stiamo ascoltando alcuni brani scritti da Virgilio” e, compiaciuto per quanto sta avvenendo, m’invita a seguire la lettura. Ubbidiente mi siedo. L’edificio sacro, le ancelle, gli importanti personaggi, la musica, il vino e il cibo, tutto ciò che ho immaginato mi fanno vivere in un sogno ad occhi aperti. Un fantastico viaggio nel passato.   

Finita la visita al ninfeo, torniamo nel mondo moderno, dove la viscontessa ci aspetta seduta nel suo giardino e ci racconta ancora una volta i fasti di una storia di famiglia mai dimenticati e il suo amore per quella casa. Ringraziamo la signora per la sua gentile ospitalità e lasciamo il convento di Sant’Antonio avviandoci per la strada del ritorno. Dietro il vetro dei finestrini vediamo scorrere la campagna tiburtina mentre carezzo il ricordo del sogno vissuto tra i resti dell’antica villa.

Scendendo per la strada che porta nella valle sottostante, verso casa, passiamo davanti alla chiesa della Madonna di Quintiliolo e subito dopo, in cima alle antiche mura della sua villa, Quintilio Varo ci saluta con un amichevole sorriso, ormai dimentico della terribile strage in cui perse la vita insieme ai suoi soldati nella selva di Teutoburgo. 

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