
Quando parliamo di centro e periferia pensiamo subito alla città: da una parte piazze vive, servizi concentrati, il battito più veloce della vita urbana; dall’altra periferie, quartieri più lontani, ritmi lenti, distanze che obbligano a un passo diverso. Ma queste due parole, oggi, raccontano molto più di un territorio: raccontano anche il nostro modo di stare al mondo.
Nel dibattito pubblico sentiamo spesso parlare della centralità come sinonimo di opportunità: è il luogo dove tutto accade, dove la città mostra la sua immagine migliore.
Nel centro urbano ci sono movimento, connessioni, opportunità.
Le periferie vengono percepite come aree marginali, portano addosso il peso di una etichetta: meno trasporti, meno offerta culturale, meno visibilità, anche se molte periferie urbane sono zone vive, creative, in crescita. Ma la rappresentazione collettiva resta forte.
Questa distanza, questa frattura, non è solo geografica: è psicologica.
Ognuno di noi ha un proprio centro interiore, un luogo simbolico dove risiedono le scelte autentiche, le priorità, la parte più vera di sé. Raggiungerlo non è semplice: è protetto da strade affollate di impegni, ruoli, aspettative. Ma quando ci arriviamo, anche solo per un attimo, la vita sembra riallinearsi.
Esiste anche una periferia personale, ed è forse quella in cui abitiamo più spesso. È fatta di giornate piene ma poco nostre, scelte rimandate, desideri parcheggiati. Una zona comoda, certo, che alla lunga diventa una terra di mezzo: ci viviamo, ma non ci viviamo davvero.
Muoversi verso il centro richiede coraggio, consapevolezza, un passo deciso. Non significa rifiutare le periferie, né quelle urbane, né quelle interiori. Le periferie sono luoghi di prova e di nascita, spazi dove si immaginano strade nuove e dove il futuro, a volte, sembra persino più possibile.
Il punto non è scegliere tra centro e periferia, ma capire quando abbiamo bisogno dell’uno e quando dell’altra. Le città lo sanno bene: funzionano quando i due poli dialogano.
Allo stesso modo la nostra vita funziona quando sappiamo muoverci tra momenti di profondità e momenti di superficialità.
Il rischio è dimenticare il centro, rimanere ai margini, nelle piccole abitudini, nelle scuse, nelle giornate che iniziano e finiscono senza passarci davvero dentro.
Allora la domanda da cui partire è semplice e inevitabile: in quale parte di noi stiamo vivendo oggi? Nella periferia che rimanda o nel centro che ci chiama?



2 risposte
Viviamo perennemente nelle periferie, perché nella periferia troviamo la nostra abitudine statica e immobile. Dimenticando che forse la cera soddisfazione sarebbe raggiungere il centro per essere felici.
Antonio, essere felici e sereni. Grazie.