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Claudio Zilli, il cantautore di San Basilio che da 25 anni fa vibrare i cuori della Capitale

claudio zilli

Da un quarto di secolo Claudio Zilli incanta il pubblico romano con la sua musica. Nato e cresciuto a San Basilio, Zilli è un cantautore che ha fatto dei locali di Roma il palcoscenico delle sue emozioni. Prediligendo il reggae come stile musicale, le sue canzoni affrontano temi sociali e d’amore, raccontando storie di vita vissuta che rispecchiano l’anima di una città in continua evoluzione. La sua voce autentica fa vibrare i cuori di chi lo ascolta. IlTerritorio.net ha raggiunto Claudio Zilli per un’intervista, in cui il cantautore si è raccontato sinceramente e senza veli.

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Come e quando è nata la tua passione per la musica?
La mia passione per la musica nasce tra i banchi di scuola, ai tempi delle medie, anche perché lì ho finito essendo poi scappato dalla scuola. Mi divertivo a scrivere i temi, che la mia professoressa di italiano reputava puntualmente molto lunghi e molto fantasiosi. Già allora avevo un rapporto particolare con la carta e la penna, rapporto che tuttora conservo. Quando scrivo canzoni, infatti, non le scrivo mai sul telefono o su altri dispositivi, a meno che non mi trovi per strada. Nel mio processo creativo carta e penna non devono mai mancare”.

Quando hai capito che comporre musica e scrivere parole sulla musica faceva per te?
Quando ho sentito che quello che scrivevo mi divertiva e mi piaceva, pur essendo già consapevole del fatto che ero giovane e che quindi quello che scrivevo andava bene per quel tempo. Ho capito che faceva per me perché le mie canzoni arrivavano agli altri. I primi fan sono stati i miei amici, i cosiddetti amici del muretto della comitiva gli anni ’90. Ci divertivamo a strimpellare la chitarra cantando canzoni di Grignani, Nek, dei Dhamm, ma io già avevo delle mie canzoni. Qualche volta è capitato che mi dicessero: ‘Ao a Cla’, stamattina me so svegliato co la canzone tua e non riesco a levarmela dalla testa’. Ecco, questi apprezzamenti mi hanno stimolato a proseguire”.

Quindi non posso non chiederti qual è stata la prima canzone che hai scritto
Certo, la ricordo con piacere. Si intitolava ‘Stella Marina’, era composta da tre accordi ed era un reggae. Mi colpì che le mie amiche ne trascrissero il testo nei loro diari. Mi dissi: ‘Caspita, se questo è l’inizio figuriamoci cosa accadrà’. Poi la vita ha voluto altro e ho iniziato a lavorare, ma la musica fa comunque parte di me, sempre”.

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Claudio Zilli si ispira a qualcuno? Sente di appartenere ad un genere?
No, non credo di appartenere ad un genere. Ho preso un po’ da tutti. Sembra strano, ma nel mio repertorio troviamo anche i dischi dei Led Zeppelin, dei Doors, degli AC/DC. Tra gli italiani il mio mito è Adriano Celentano. Da lui ho assimilato molto: ammetto di aver scritto tante canzoni alla Celentano e con l’intenzione anche di mandargliele. Da qualche anno ho cominciato a scrivere in dialetto romanesco, il che mi avvicina molto di più al popolo, perché sembra che la gente si senta dire quello che vuole sentirsi dire. Questo stile mi ha dato un’identità”.

Di cosa ti piace parlare nelle tue canzoni?
Tratto il sociale senza scadere nel banale. Io sono uno che osserva molto le persone, le fotografo. Scrivo le impressioni che mi lasciano, quello che io stesso vorrei accadesse. Poi tratto tantissimo l’amore: credo che in tutti i miei testi ci sia l’amore, a volte in chiave ironica, a volte un po’ più malinconica. Ho scritto tanto del mio vissuto, di relazioni che ho avuto e di incontri che mi piacerebbe avere. Credo che l’amore sia il messaggio universale su cui non si sbaglia mai. Fondamentalmente sono un romanticone”.

Hai una canzone o un evento da promuovere?
Sto suonando tantissimo al momento. Non ti nascondo che fortunatamente dopo più di 25 anni che faccio musica qualche soddisfazione me la sto togliendo. Canzoni vere e proprie al momento ne ho tante, ma molto probabilmente se ne parlerà dopo l’estate. Lo scorso anno ne ho incisa una intitolata ‘Te vojo’, che inizia con una rima (‘Te vojo come i spaghetti ajo e ojo’) della quale non ero convinto ma che poi è stata accolta benissimo dal pubblico. In questa fase mi sto dedicando alla scrittura di un libro che si chiamerà ‘Diario di un clandestino’, tratto dalla mia canzone ‘So’ clandestino’, dove racconto di me stesso e della difficoltà che ho ad interagire con gli altri pur essendo nel mio Paese. Ormai ce ne stiamo ognuno per i fatti propri, e questo un po’ mi dispiace. Se ripenso agli anni ’90, tutto era più bello, più limpido. C’erano ancora il motorino, il citofono e tanto contatto. Dal libro, infine, vorrò ricavare anche uno spettacolo teatrale. Solo al termine di questo progetto tornerò in sala d’incisione”.

A parte la musica, cos’altro fa nella vita Claudio Zilli?
Oltre alla musica, mi occupo di tipografia. Sono direttore commerciale. Procaccio clienti nel settore della pubblicità. Per non farmi mancare nulla, gestisco anche un’attività di fuochi d’artificio”.

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Quante pubblicazioni hai all’attivo?
Ho inciso quattro album. L’ultimo è uscito nel 2020, si intitola ‘Sto bene pure solo’ ed è il mio primo album completamente in dialetto romanesco. Poi non mancano i singoli: lo scorso ottobre è uscito il pezzo ‘Canzone pe ‘na madre’, di cui è stata fatta anche una cover. Il brano tratta un tema molto delicato ed è nato da una chiacchierata con mia madre. Commuove chi non ha più un genitore o chi magari con esso ha un rapporto conflittuale. A febbraio è uscito il mio nuovo singolo dal titolo ‘Io nun ce sto’, nel quale confido a Roma – mia città Natale – tutti i miei segreti, addossandomi anche delle piccole colpe o mancanze di cui nella vita ci si rende conto solo a posteriori. Voglio infine a precisare che sono anche autore: scrivo per altre persone. Mi è capitato infatti di dare mie canzoni, tramite passaparola, a persone sparse in tutta Italia. Ma anche in questi casi mi piace seguire le persone con cui entro in contatto, perché alle mie canzoni ci tengo”.

Tornando agli eventi live, quand’è stata la tua prima serata?
Era il 1998. Festa del mio quartiere, San Basilio. Mio fratello al basso, io alla chitarra, un ragazzo alla batteria, un altro alla chitarra elettrica. Non avrei dovuto cantare perché il gruppo non reputava la mia voce all’altezza. Ma il cantante diede forfait all’ultimo, perché non se la sentiva. Dunque, malgrado le riserve, toccò a me cantare. Dovevamo cantare tre cover di Litfiba e di Ligabue. Arrivò la sera e io tremavo come una foglia. Ricordo ancora la sensazione che ho provato nel salire quei quattro gradini che conducevano al palco. Avevo una camicetta fucsia. Andò tutto bene, ci divertimmo tantissimo. Cantai addirittura tre pezzi miei, tra cui uno reggae intitolato ‘Accendilo’ che fu ben accolto e di cui dovetti fare il bis. Ed eccomi qui, dopo 25 anni con un po’ più d’esperienza sulle spalle. Tuttora non mi definisco un grande cantante, ma non me ne frega niente, perché l’importante è arrivare alla gente”.

Cosa farà Claudio Zilli nel suo futuro?
Sicuramente continuerà a scrivere per altri. Continuerà a suonare dal vivo e continuerà a dedicarsi alla scrittura di libri e sceneggiature teatrali. Sono grandi soddisfazioni che ho raggiunto grazie alla mia perseveranza, alla mia insistenza, ad un grande lavoro di sacrificio e umiliazione”.

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