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Il coraggio di dire “non lo so”: perché il dubbio è un segno di intelligenza

Vincenzo Ceravolo - Rubrica Io Penso Positivo

C’è una categoria di persone che non ha mai un dubbio. Sanno tutto, su tutto: la cura per il raffreddore, il motivo per cui l’economia va male, quello che dovresti fare della tua vita.

Parlano con una sicurezza tale che ti viene da crederci sul serio. Poi ci pensi meglio, e ti accorgi che quella sicurezza non ha niente a che vedere con quanto ne sappiano davvero.
La certezza è comoda. Non richiede grandi sforzi, non contempla sfumature, non lascia spazio al dubbio. Invece è proprio il dubbio il segno più evidente dell’intelligenza.

Socrate e il coraggio di riconoscere ciò che non sappiamo

Questo fenomeno non è nuovo. Circa duemilaquattrocento anni fa, ad Atene, un uomo piuttosto scomodo passava le giornate a girare per l’agorà a fare domande scomode a chiunque si professasse esperto di qualcosa.
Si chiamava Socrate, e la sua fama filosofica si basa su un paradosso: sapeva di non sapere.
Non era falsa modestia, ma l’unica forma di intelligenza che prende sul serio i propri limiti: riconoscere ciò che non si conosce è il primo passo per poter conoscere davvero.
Socrate se la passò piuttosto male per questa abitudine di smontare le certezze altrui: gli ateniesi, stufi delle sue domande, lo condannarono a morte.

Perché le certezze ci piacciono più dei dubbi

E questo sapere cosa vuol dire? Mettere in discussione le certezze degli altri non rende mai troppo simpatici. La sicurezza fa comodo, si vende bene. Il dubbio, molto meno.
Anni dopo, il filosofo Bertrand Russell ha scritto una cosa che sembra fatta apposta per i social network: i tempi in cui viviamo tendono a rendere i più stupidi pieni di certezze, mentre chi ha un minimo di intelligenza resta pieno di dubbi.
Basta scorrere qualsiasi bacheca online per trovare conferma quotidiana di questo pensiero.

Anche la scienza cresce mettendo in discussione le certezze

Anche la scienza funziona così: una teoria non diventa più vera perché qualcuno la difende con maggiore convinzione, ma perché resiste alle domande e alle verifiche.
Karl Popper, filosofo della scienza, ha costruito gran parte del suo pensiero proprio su questa idea: una teoria seria deve poter essere messa alla prova e, almeno in linea di principio, dimostrata falsa.
Insomma, anche la scienza più rigorosa non dice mai “è sicuramente così”. Dice piuttosto: “finora, le prove ci dicono che è così”.
Nella vita quotidiana siamo diventati specialisti della certezza. “Io lo conosco.” “So benissimo come andrà a finire.” “Non cambierà mai.”
Frasi che arrivano proprio quando conosciamo una persona o una situazione solo superficialmente.
Quante volte giudichiamo qualcuno dopo averlo visto in una sola circostanza?

Il nostro cervello cerca scorciatoie

Il cervello cerca scorciatoie, ha bisogno di mettere ordine nel mondo, e le certezze aiutano a farlo. Peccato che le persone non siano cose da sistemare nei cassetti.
Anche Cartesio, che pure cercava una certezza capace di resistere a ogni dubbio, partì proprio dal dubbio metodico: prima di costruire, decise di mettere tutto in discussione.
Forse dovremmo fare la stessa cosa un po’ più spesso.

Dire “potrei sbagliarmi” non significa essere indecisi

Non è un invito a dire che allora nessuno può mai essere sicuro di niente: alcune cose sappiamo dirle con ragionevole fiducia, e va benissimo così.
Dubitare non significa essere indecisi. Significa lasciare una finestra aperta. Significa poter dire: “potrei sbagliarmi”.
È una frase breve con una forza enorme: quando ammettiamo di poter sbagliare, permettiamo a qualcosa di nuovo di entrare nella nostra testa. La certezza assoluta, invece, è una stanza senza finestre.

Più impariamo, più scopriamo quanto ancora non sappiamo

Spesso chi sa davvero molto è anche chi conosce meglio la vastità di ciò che ancora non sa. Più si impara, più l’orizzonte si allarga.
Forse è per questo che dovremmo diffidare un po’ di chi ha sempre una risposta pronta. E dovremmo diffidare di noi stessi quando ce ne accorgiamo di averne una.
Una convinzione può ancora crescere. Una verità assoluta, invece, ha già smesso di imparare.

Il dubbio come esercizio di intelligenza

La prossima volta che ci verrà spontaneo dire “sono sicuro”, concediamoci un secondo in più: non per dubitare di tutto, ma per chiederci se siamo davvero sicuri di sapere perché lo siamo.
Il dubbio non è debolezza. È l’unico segno affidabile che si sta ancora pensando e, forse, un buon modo per diventare un po’ meno ignoranti.

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