a cura di Elena Quaranta – Ass. Culturale Chloe
L’alienazione viene definita come un processo in cui il soggetto diventa estraneo a se o a parti di sé.
In filosofia ad introdurre il termine è stato G.W.F. Hegel che ha parlato di alienazione a proposito
della realtà spirituale sia, a livello pratico, con il lavoro sia, a livello teorico, con le attività dello
Spirito, quali l’arte, la religione e la filosofia.
L. Feuerbach ha modificato l’uso hegeliano del termine per designare l’atto con cui l’uomo si crea
una divinità, alienando in essa l’ordine dei suoi desideri e la soluzione dei suoi conflitti.
Nel nostro secolo, sul concetto di alienazione è ritornato H. Marcuse per designare la condizione
dell’individualità messa a tacere dalla forza onnipresente della struttura tecnologica delle società
avanzate.
In psichiatria il termine alienazione viene normalmente qualificato dall’aggettivo “mentale”. Oltre
che nel significato generico di follia, la parola alienazione viene utilizzata in due sensi specifici:

- Innanzi tutto nelle psiconevrosi ossessivo-coatte, dove si parla di alienazione del Sé, quando
il soggetto nel tentativo di tenere lontane le proprie emozioni, le trasferisce fuori di sè
vivendole come forze estranee. - In secondo luogo nelle schizofrenie, dove certi organi o aree corporee e talvolta il corpo
intero vengono alienati e quindi percepiti come se non appartenessero alla persona o come
se fossero diversi da come sono.
Ma al di là dell’impiego tecnico del termine a riproporre questo concetto è stato A. Gaston, per il
quale “il singolo uomo malato, che prima era l’oggetto privilegiato dell’osservazione, oggetto
portatore di sintomi, dei quali cercare una causa o a cui, nelle migliori delle ipotesi, attribuire un
senso, diviene ora esso stesso il sintomo di un organismo più grande che lo comprende e che non
funziona per errore di relazione o per errore di struttura…Termini come questi presuppongono
irrinunciabilmente i concetti di armonia, simmetria e buon funzionamento”. (1987)
Come inteso il concetto di alienazione, che deriva dall’aggettivo latino Alienus, fa riferimento
all’atto di allontanare o dell’estraniare da sé, e quindi, all’atto di prendere distanza da qualcuno o da
qualcosa. - Questo concetto si esplica in maniera differente a seconda di dove lo stesso viene a collocarsi nel
mondo ma può anche trovare delle radici comuni; così in Occidente viene accostato al concetto di
arte intesa come forma di liberazione e di ricerca, creatrice, a partire da se stessi, di qualcosa che è
in noi e che viene fatta emergere. In Oriente le tante culture e religioni collegano il concetto di
alienazione a quello di meditazione, anche in questo caso lo scopo è quello di liberazione di e da se
stessi e di ricerca interiore. La Ricerca, in Oriente, attraverso la meditazione è pratica consigliata fin
dai primi anni di vita affinchè si possa comprendere, cercando di andare oltre il mondo terreno, il
significato ultimo nella vita di tutti i giorni;

questo tipo di pratica apparentemente “statica” in realtà
è in sé evidentemente in movimento in quanto il soggetto principale della pratica, l’uomo, è in
continuo cambiamento; si approfondirà nel tempo così il concetto del qui ed ora e della
collocazione temporo-spaziale dell’uomo sulla Terra, così come i grandi filosofi greci e latini
esplicarono sinteticamente nelle frasi “panta rei” e “carpe diem”. In Occidente l’evoluzione
dell’arte ha messo il punto o la virgola alla storia.
Analizzando velocemente i passaggi dell’arte
moderna ci rendiamo conto di quanto l’arte sia stata l’occhio critico e rivoluzionario testimone del
tempo : dal Romanticismo al Realismo, dall’Impressionismo al Simbolismo, dall’Art Noveau al
Surrealismo e all’Espressionismo per poi arrivare al Cubismo, al Futurismo, al Dadaismo, al
Bauhaus. Chiare “immagini” dell’evoluzione, della ricerca e del cambiamento, conquista dello
spazio, del tempo e della cultura che ha reso l’uomo partecipe del tutto e di se stesso.
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Elena Quaranta

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