
Per decenni molti annunci di lavoro riportavano la dicitura ‘si richiede bella presenza’. Questa formula era utilizzata come indicatore dell’importanza attribuita all’aspetto fisico nel mondo del lavoro, in particolare nei settori a contatto con il pubblico. La ‘bella presenza’ funzionava come requisito implicito, non legato a reali competenze professionali.
Oggi il termine è scomparso dagli annunci, ma in un mondo in cui la prima impressione si gioca in pochi secondi, la domanda è inevitabile: essere belli aiuta davvero? La nostra società dell’immagine continua a dare peso alla superficie rispetto all’essenziale?
La risposta breve è sì: la bellezza aiuta. Ma la risposta completa è molto più complessa.
Studi delle scienze sociali ci dicono che le persone considerate “belle” vengono percepite come più affidabili, più competenti, persino più gentili. È il cosiddetto effetto alone, che attribuisce qualità positive a chi possiede un tratto percepito come desiderabile.
Nel mondo del lavoro questo può tradursi in maggiore attenzione in fase di selezione e una comunicazione più facile con colleghi e clienti.
La bellezza aiuta a entrare, ma non sempre basta per restare.
Viviamo in un’epoca in cui l’immagine ha raggiunto una centralità mai vista prima. Selfie, filtri, perfezione ritoccata: la bellezza è diventata una performance, più che una caratteristica. Non riguarda solo i tratti del volto, ma un intero stile di vita da esibire.
Se un tempo la “bella presenza” era un requisito implicito, oggi è diventata una competenza da curare, un biglietto da visita costante. Siamo ancora una società superficiale? In parte sì. Ma più che altro siamo una società visiva: comunichiamo per immagini, interpretiamo per immagini.
C’è però un movimento opposto: in molti ambiti, soprattutto professionali, la sostanza ha riguadagnato terreno. Creatività, empatia, capacità analitica, competenze digitali: qualità invisibili agli occhi ma decisive per la credibilità a lungo termine.
La bellezza può aprire una porta, ma ciò che la mantiene aperta è ben altro.
Sempre più persone, aziende e istituzioni stanno cercando nuovi indicatori per valorizzare ciò che non si vede: competenze, autenticità, visione, capacità relazionali.
Forse la vera domanda non è più “conta l’aspetto?”, ma “quale spazio lasciamo a ciò che non si vede?”.
E in questa risposta si gioca la maturità della nostra società.


