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Il meglio è nemico del bene

Vincenzo Ceravolo - Rubrica Io Penso Positivo

Voltaire e il significato di una frase ancora attuale

«Le mieux est l’ennemi du bien» questa è l’espressione in lingua originale del filosofo, scrittore e drammaturgo francese Voltaire. A distanza di secoli, queste parole, tanto semplici quanto rivoluzionarie, sembrano scritte per il nostro tempo.

Il perfezionismo come freno all’azione

La ricerca del perfezionismo spesso diventa un freno. Ogni risultato sembra dover essere per forza straordinario, ogni scelta quella definitiva. Siamo ossessionati e perseguitati da: performance, filtri perfetti, carriere impeccabili. Quante volte rimandiamo un progetto aspettando che sia “pronto al cento per cento”? Quante opportunità lasciamo andare perché non ci sentiamo abbastanza preparati? Nel tentativo di migliorare all’infinito qualcosa che è già buono, finiamo per non concludere nulla.

Quando il dubbio blocca il potenziale

Aspirando alla perfezione, ci affatichiamo senza renderci conto di restare fermi mentre la vita va avanti. Attenzione: se l’immobilismo diventa cronico e nella mente si annida il tarlo del dubbio che demolisce il nostro potenziale, minando la fiducia in noi stessi, le probabilità di fallire saranno molto alte. La conseguenza? Con un fallimento arriva la frustrazione che genera la resa e quando si rinuncia, è davvero la fine!

Il perfezionismo maladattivo spiegato dalla psicologia

La perfezione, quindi, oltre ad essere irraggiungibile, è spesso paralizzante. Gli psicologi parlano di perfezionismo maladattivo: uno standard molto alto generare ansia; procrastinazione e senso cronico di inadeguatezza sono la conseguenza. Non è più una spinta a migliorare, ma una paura di sbagliare.

Nel mondo del lavoro, questa dinamica è frequente. Report visti e rivisti, email scritte e riscritte all’infinito, idee mai presentate perché secondo noi non “ancora mature”. Nel frattempo, altri, magari meno brillanti ma più concreti, agiscono e avanzano.

Accettare l’imperfezione per crescere

Accettare il “buono”, anche se non perfetto, non significa accontentarsi o rinunciare all’eccellenza. Significa riconoscere che il miglioramento è un processo, non un requisito per agire. Molte innovazioni sono nate da versioni iniziali imperfette, poi evolute nel tempo. Pochissime, se non nessuna, grande opera è stata perfetta al primo tentativo.

C’è una saggezza concreta in questa prospettiva: fare, correggere, crescere. L’azione precede il perfezionamento, non il contrario. Inviare quel curriculum anche se non è impeccabile. Pubblicare quell’articolo anche se non è perfetto. Presentarsi a quell’esame anche senza sentirsi infallibili.

Fatto è meglio di perfetto

Perché, in fondo, il vero rischio non è fare qualcosa di imperfetto. È non fare nulla e forse la vera perfezione — paradossalmente — sta proprio nell’imperfezione che ci permette di muoverci, imparare e soprattutto vivere.

Ricorda: fatto è meglio di perfetto.

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