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Il non detto: quanto comunichiamo tacendo

Vincenzo Ceravolo - Rubrica Io Penso Positivo

Non si può non comunicare

Non si può non comunicare. È uno dei principi più noti della comunicazione, formulato dallo psicologo Paul Watzlawick. Anche quando decidiamo di non dire nulla, stiamo comunicando qualcosa: il silenzio, l’assenza di risposta, lo sguardo che si abbassa invece di incontrare l’altro, tutto questo parla.

Si può scegliere di non parlare, ma non si può scegliere di non comunicare.
È da qui che vale la pena partire per capire quanto, nella nostra vita, il non detto spesso pesi più del detto. Una frase mai pronunciata dice più di ogni discorso possibile. Chi ha vissuto una rottura, un lutto, un allontanamento, lo sa: il silenzio non è mai vuoto. È pieno fino all’orlo, e spesso trabocca.

Il silenzio come forma di comunicazione

Siamo abituati a pensare la comunicazione come un atto fatto di parole. Ma questa equazione è ingannevole: lascia fuori la parte più antica del nostro modo di stare al mondo, il tacere. Non il tacere per assenza di contenuto, ma come scelta, come confine tracciato tra ciò che si vuole condividere e ciò che si preferisce custodire.

Ogni pausa, ogni sguardo trattenuto, ogni “lasciamo perdere” ha un significato proprio, spesso più preciso del linguaggio verbale. Il non detto non è mancanza di comunicazione: è comunicazione che ha scelto un canale diverso, meno esposto, meno negoziabile.

Quando riempiamo il silenzio degli altri con le nostre paure

Eppure questa lingua la interpretiamo quasi sempre male. Un messaggio letto e rimasto senza risposta può significare mille cose, distrazione, stanchezza, imbarazzo, o semplicemente niente. Ma abbiamo una capacità sorprendente di riempire i silenzi altrui con le nostre paure più che con le loro reali intenzioni: “non mi ha richiamato, quindi ce l’ha con me”, ed ecco che da un’ipotesi costruiamo una certezza.

La parola può essere corretta, ritrattata, spiegata; il silenzio resta lì, ambiguo e definitivo insieme.

I silenzi che proteggono e quelli che nascono dalla paura

Ci sono silenzi che nascono dalla cura: non dico per non ferire, non chiedo per non mettere in imbarazzo. E ci sono silenzi che nascono dalla paura: non dico perché temo la reazione. Sembrano uguali, ma non lo sono: il primo è rivolto all’altro, il secondo a se stessi. È qui che si gioca gran parte della qualità delle nostre relazioni, nella capacità di distinguere quando il nostro tacere è un dono e quando è una fuga travestita da discrezione.

Quando le parole dicono una cosa e il corpo un’altra

C’è poi una forma di non detto ancora più insidiosa, che abita non il silenzio ma la contraddizione: “per me non è un problema”, e poi cambiamo comportamento. “Non sono arrabbiato”, e sbattiamo una porta. Siamo bravissimi a mentire con le parole, terribilmente incapaci di farlo con il tono, il corpo, i tempi. E la verità continua a parlare, anche quando le abbiamo chiesto di tacere.

Le parole trattenute nelle nostre relazioni

Tendiamo a valutare le relazioni sulla base di ciò che viene detto, dimenticando che è il non detto ad accumularsi, silenzioso e costante. Le coppie non si allontanano quasi mai per una parola di troppo, ma per le mille parole trattenute, per le domande mai fatte, per i “va tutto bene” pronunciati per chiudere una conversazione che avrebbe meritato di restare aperta.

Marshall Rosenberg, teorico della comunicazione nonviolenta, insisteva su un punto: dietro ogni silenzio c’è quasi sempre un bisogno non espresso. Non impariamo a tacere per calcolo, ma per mancanza di un linguaggio che ci permetta di dire ciò che sentiamo senza sentirci esposti.

Saper ascoltare anche ciò che non viene detto

La vera bravura non è saper parlare meglio, ma saper riconoscere quando qualcuno sta tacendo qualcosa che avrebbe bisogno di essere detto, e trovare il coraggio non di forzarlo a parlare, ma di fargli sapere che c’è spazio, se e quando vorrà occuparlo, senza trasformare in certezza ogni nostra ipotesi.

Il silenzio può aspettare. La vita, qualche volta, no

Impariamo a chiederci, prima di richiudere una frase a metà, se quel silenzio stia proteggendo qualcuno o stia semplicemente proteggendo noi. Perché ci sono non detti che, con il tempo, diventano macigni: le scuse mai pronunciate, un “ti voglio bene” rimasto in gola, un grazie rimandato troppo a lungo. Il silenzio può aspettare. La vita, qualche volta, no.

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