Dietro l’intelligenza artificiale non ci sono soltanto algoritmi e grandi aziende tecnologiche, ma migliaia di lavoratori che addestrano, controllano e moderano i sistemi. Al Festival di Internazionale a Ferrara, il panel “I lavoratori invisibili dell’IA” ha acceso i riflettori sulla parte più nascosta della filiera digitale: tra Kenya ed Europa, precarietà, bassi salari ed esposizione a contenuti sensibili.
L’incontro, realizzato in collaborazione con CGIL Ferrara e CGIL Emilia-Romagna, ha visto intervenire l’attivista keniana Angela Chukunzira, la giornalista investigativa Julia Lindblom e l’esperta di IA Jennifer Paz, con la moderazione di Francesca Sinai di Internazionale. Al centro del dibattito, anche un’inchiesta sul lavoro svolto in Kenya per addestrare i sistemi legati agli smart glasses di Meta.
Il caso dei Ray-Ban Meta
A Nairobi, alcuni lavoratori della società di outsourcing Sama hanno annotato dati destinati ai sistemi di intelligenza artificiale di Meta. Secondo un’inchiesta pubblicata nel febbraio 2026 dai giornali svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, realizzata da Lindblom con la giornalista investigativa keniana Naipanoi Lepapa, oltre trenta lavoratori ed ex lavoratori di Sama hanno raccontato di aver avuto accesso a materiale registrato attraverso i Ray-Ban Meta, compresi contenuti estremamente privati.
Tra i materiali comparivano, secondo le testimonianze raccolte, immagini e video registrati in situazioni intime e private. La questione non riguarda soltanto la natura dei contenuti, ma anche chi possa accedervi e dove vengano trattati i dati raccolti attraverso dispositivi capaci di registrare ciò che accade intorno a chi li indossa.
La vicenda ha aperto anche un fronte sulla protezione dei dati. Una domanda presentata al Parlamento europeo nel marzo 2026 ha richiamato le preoccupazioni relative al trasferimento verso il Kenya dei dati raccolti attraverso gli occhiali e al possibile rispetto del Regolamento generale sulla protezione dei dati, il GDPR.
Il caso ha avuto conseguenze anche sul piano occupazionale. Nell’aprile 2026 Meta ha interrotto il rapporto con Sama e la società kenyana ha annunciato un processo di licenziamento che ha coinvolto oltre mille lavoratori, indicando 1.108 esuberi. Il rapporto tra la chiusura della collaborazione e l’inchiesta sui contenuti visionati dai lavoratori resta però oggetto di contestazione. Meta ha motivato la decisione richiamando i propri standard aziendali, mentre diverse organizzazioni hanno criticato l’impatto della vicenda sui diritti dei lavoratori digitali.
Per Julia Lindblom, il punto centrale dell’inchiesta consiste proprio nel rendere visibile questa parte della filiera. Durante il panel ha sottolineato la necessità di riconoscere come lavoratori digitali a tutti gli effetti le persone che contribuiscono al funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale. Secondo la giornalista, questi lavoratori devono poter chiedere alle grandi aziende tecnologiche di assumersi le proprie responsabilità.
Una filiera globale
Il Kenya non rappresenta però un caso isolato. Durante l’incontro è emerso come il lavoro necessario allo sviluppo dell’intelligenza artificiale coinvolga diversi Paesi e una complessa rete di società appaltatrici e subappaltatrici. Una delle criticità riguarda proprio la distanza tra il lavoratore e l’azienda che sviluppa il prodotto finale.
I compensi possono variare sensibilmente a seconda del Paese. Anche a Dublino, una delle città più costose d’Europa, alcuni lavoratori della filiera dell’IA denunciano condizioni economiche difficili.
Il fenomeno è stato studiato anche da Fairwork, progetto dell’Oxford Internet Institute. Nel 2023 il progetto ha analizzato le condizioni dei lavoratori di Sama impegnati nell’annotazione dei dati. Il rapporto ha evidenziato la precarietà di chi lavora nella catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale.
Per Jennifer Paz, questa struttura rende più difficile individuare le responsabilità. Chi lavora sui dati può dipendere formalmente da un’azienda esterna, pur contribuendo concretamente allo sviluppo di un prodotto appartenente a una delle grandi società tecnologiche mondiali.
Quando l’IA incontra i contenuti più estremi
C’è poi un altro aspetto del lavoro umano dietro l’intelligenza artificiale: la moderazione dei contenuti. Durante il panel, le relatrici hanno citato materiali relativi a violenza, suicidio, terrorismo, armi e contenuti sessuali, fino a quelli riguardanti lo sfruttamento sessuale dei minori. Le linee guida e i sistemi automatici di controllo non eliminano necessariamente l’intervento umano. In alcuni processi, infatti, sono proprio i lavoratori a esaminare e classificare materiali che il sistema deve imparare a riconoscere.
Questa è una delle contraddizioni dell’attuale sviluppo dell’IA. Mentre la tecnologia diventa sempre più autonoma, una parte del lavoro necessario per renderla efficace resta affidata a persone che operano lontano dagli occhi del pubblico.
I diritti e il ruolo dei governi
Per Angela Chukunzira, la questione non riguarda soltanto la tecnologia. L’attivista keniana ha insistito sulla necessità di aumentare la consapevolezza dei lavoratori sui propri diritti e di rafforzare la solidarietà internazionale.
Secondo Chukunzira, le tecnologie non possono essere considerate un fenomeno confinato ai singoli Paesi. Le conseguenze del loro sviluppo attraversano i confini, così come le catene di lavoro che permettono alle piattaforme digitali di funzionare.
Da qui arriva la richiesta di maggiore responsabilità alle istituzioni. Durante il panel, le relatrici hanno sottolineato la necessità per i governi di interrogarsi non soltanto sugli effetti economici dell’intelligenza artificiale, ma anche sulle condizioni di chi contribuisce concretamente a svilupparla.
Il nodo della regolamentazione europea
Sul rapporto tra intelligenza artificiale, dati e diritti si inserisce anche il dibattito europeo. Il Digital Omnibus presentato dalla Commissione europea nel novembre 2025 nasce con l’obiettivo di semplificare il quadro normativo digitale e ridurre gli oneri amministrativi per le imprese. La proposta riguarda diversi ambiti, tra cui dati, cybersecurity e intelligenza artificiale.
Su alcuni aspetti della proposta relativa ai dati personali, il Comitato europeo per la protezione dei dati e il Garante europeo della protezione dei dati hanno espresso preoccupazione. Secondo i due organismi, alcune modifiche potrebbero ridurre il livello di tutela degli individui.
Nel frattempo, il cosiddetto AI Omnibus ha completato il proprio iter legislativo. Il regolamento europeo 2026/1744 è stato adottato l’8 luglio 2026 ed è entrato in vigore il 27 luglio. Il provvedimento interviene soprattutto sulla semplificazione dell’attuazione dell’AI Act e sulle tempistiche di alcuni obblighi.
Il confronto sulla regolamentazione resta quindi aperto. Da una parte c’è la necessità di sostenere lo sviluppo tecnologico e la competitività delle imprese. Dall’altra emerge l’esigenza di garantire che innovazione e tutela dei diritti procedano insieme.
Il paradosso dell’IA
Il vero paradosso, dunque, è che mentre l’intelligenza artificiale promette di automatizzare sempre più il lavoro, il suo sviluppo continua a dipendere da una moltitudine di lavoratori che restano ai margini della narrazione tecnologica.
Il loro lavoro solleva interrogativi che vanno oltre il funzionamento degli algoritmi: quali diritti devono essere garantiti a chi contribuisce allo sviluppo dell’IA? Chi risponde quando la tecnologia entra in contatto con dati personali, contenuti sensibili o condizioni di lavoro precarie? E quanto siamo disposti a conoscere della filiera che rende possibile l’innovazione che utilizziamo ogni giorno?
Sono domande che riguardano il futuro dell’intelligenza artificiale, ma anche il presente del lavoro. La tecnologia può cambiare rapidamente. Il modo in cui scegliamo di governarla e di tutelare le persone che la rendono possibile resta invece una responsabilità collettiva.
