Il 10 gennaio 2024, la poetessa e scrittrice Maria Grazia Calandrone ha accettato l’invito,
propostogli dagli insegnanti del Liceo scientifico G. Peano, per discutere del proprio libro candidato
come finalista per il 77° premio “Strega”: “Dove non mi hai portata”. L’incontro, aperto sia ai
docenti che agli alunni, si è tenuto nell’aula magna dell’istituto.

Nel libro, l’autrice, ripercorre la propria genesi: abbandonata all’età di otto mesi, nel 1965, i genitori Lucia e Giuseppe decidono di compiere il gesto estremo del suicidio, spinti dal tormento che nutre chi è braccato. Dopo aver lasciato la figlia nel parco di Villa Borghese a Roma, si gettano nel Tevere in circostanze non del tutto chiare. Con questo libro la scrittrice è riuscita ad inserire in chiave intima e delicata la sua storia privata, toccando però temi che riguardano tutti, denunciando comportamenti ancora intrinsechi nella nostra cultura e che, come sostiene la scrittrice, sono lo “zoccolo duro della
società”.

Maria Grazia Calandrone ha impiegato anni a trovare il coraggio e le informazioni per ricostruire in maniera completa la propria storia e ad oggi definisce il gesto compiuto dai suoi genitori biologici come un “intelletto d’amore”, ritenendolo un progetto volto a garantirle una vita migliore. Tra le varie domande, la scrittrice afferma: “non ho mai avuto il desiderio di scoprire il mio passato, ma ora riconosco che ciò mi è stato di aiuto per riscoprire le mie origini e per riportare alla luce questa importante, ma non abbastanza conosciuta, pagina di storia ricca di retaggi culturali ancora presenti nella società attuale”. Di conseguenza sorge spontanea un’altra domanda: la scrittura/poesia ha avuto per Maria Grazia Calandrone un valore terapeutico? L’autrice, riflettendo, sostiene che la scrittura non risana il dolore ma lo trasforma.

La prosa del suo libro è stata definita, dalla critica, con diversi aggettivi quali: giornalistica, lucida, poetica, ma anche emotivamente trascinante, ed è ciò che la scrittrice intende enfatizzare. In particolare, il tema della poesia emerge spesso dalle domande dei partecipanti che sembrano aver apprezzato molto quelle parti del libro in cui la prosa cede occasionalmente posto ai versi: parti giudicate dagli stessi molto “toccanti”. L’autrice racconta di come quello di mescolare scienza e poesia, le quali hanno lo stesso impulso, sia sempre stato il suo modo di scrivere.
“La poesia non è evasione della realtà” spiega la scrittrice, “la poesia è cercare le cose finché ti parlano… una persona utilizza la poesia quando parla di qualcosa che non conosce e, nel mio caso, questa viene mandata alla scoperta delle mie radici” e conclude “la poesia ci mette in contatto con i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie emozioni”. Il discorso è stato poi direzionato verso il tema del patriarcato nella società e nella letteratura moderna. La scrittrice non si vergogna a farsi chiamare “poetessa”, poiché crede che non ci debba essere più l’equivoco che i poeti donna possano scrivere esclusivamente di
“uccellini, tramonti e sentimenti”. Dopo aver discusso a lungo sul ruolo delle donne nel libro però si
è sentita la necessità di concedere spazio anche alle figure maschili come Tonino, un uomo che
l’autrice considera in gamba e ormai come di famiglia ma vittima di un amore mancato; Luigi, il
quale era probabilmente omosessuale e a causa delle leggi dell’epoca si sentiva continuamente
oppresso anche se questo non lo giustifica dall’essere stato un uomo violento e Giuseppe, un
personaggio che l’autrice non sostiene del tutto, poiché abbandonò i 5 figli, tra cui uno moribondo,
causando loro ulteriori debiti. A concludere l’incontro la toccante frase della Calandrone che alla
domanda: “come è cambiata la sua visione riguardo la maternità?” risponde riferendosi a Lucia:
“ho una figlia in più”.
Articolo di ILARIA LUPI, LAURA DE ROSA, ANTONIO LIGUORI


