Maurizio Guccini e i suoi aneddoti: viaggio nei retroscena della musica moderna con “Rock Tales”

maurizio guccini rock tales

Maurizio Guccini, autore di Rock Tales. Storie dimenticate e indimenticabili, ci svela i retroscena del suo libro, che raccoglie 67 aneddoti sulle icone della musica moderna e contemporanea. In questa intervista riflette sullo stato attuale del panorama musicale, confrontandolo con le epoche passate e parlando dei suoi auspici per il futuro.

Di cosa tratta il tuo libro, Rock Tales?

“Contiene 67 aneddoti: alcuni riguardanti aspetti poco conosciuti delle vite di cantanti celeberrimi, altri riguardanti i temi trattati da canzoni passate alla storia. Sono storie in cui vengono raccontati quei piccoli fatti che magari sembrano insignificanti e invece hanno contribuito alla nascita di opere che poi sono diventate immortali”.

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Come nasce l’idea di scrivere un libro come questo?
“La sua gestazione è stata lunga ed è inconsapevolmente iniziata in radio, dove lavoro. Spesso, infatti, mi è capitato di intervistare personaggi nazionali e internazionali, le cui riflessioni – al termine di ogni incontro – ho sempre conservato. Questo mi ha permesso di accumulare un gran numero di storie e soprattutto non banali. Ho sempre rivolto domande particolari ai miei ospiti, perché domandare per ottenere risposte già conosciute è inutile. La svolta è avvenuta durante la pandemia, quando ci siamo necessariamente dovuti avvicinare ai social network per sopperire alla mancanza di ascoltatori (vista l’interruzione della circolazione e quindi dell’ascolto radiofonico più diffuso, quello in automobile). Abbiamo iniziato ad andare in diretta su tutti i social network e ci siamo avvicinati anche a Tik Tok e Instagram. Il primo in particolare ci sembrava una piattaforma per balletti e poco più e invece si è rivelata un contenitore adatto alla divulgazione musicale. Non ho mai fatto milioni di visualizzazioni, ma se ne fai 100.000 parlando della progressive italiana anni ‘70 è come averne fatte 10 milioni parlando di qualcosa di più banale. Poco dopo è arrivata la proposta della casa editrice, che mi ha stimolato in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno di cose da fare”.

Nella prefazione hai parlato di una precisa speranza, che poi è stata il movente che ti ha spinto a scrivere il libro. Qual è?
“Tanti artisti, e non solo semplici emergenti, vengono in radio per promuovere la propria canzone senza conoscere la storia della musica italiana e internazionale. Registrano hit da milioni di download su Spotify, ma non colgono dei riferimenti a cantautori fondamentali per la storia della musica italiana. Non ne sanno assolutamente nulla. La speranza che mi ha mosso, quindi, è quella di far conoscere ai giovani il passato recente della musica. Se anche solo una di queste storie riuscirà a far interessare artisti o anche semplici ascoltatori, io avrò compiuto la mia missione”.

Perché pensi – e come pensi che questo possa accadere – che un aneddoto possa essere emblematico di un personaggio o di un’intera carriera?
“Per un semplice motivo: l’artista si identifica con l’aneddoto e lo rende messaggero di sé. Oggigiorno neanche i genitori raccontano più le favole ai bambini, ma le storie, i racconti, l’aneddotica sono fondamentali per tenere vivo il passato. Alcune rockstar si sono dati un’identità proprio sulla base di quello che hanno combinato: si pensi a Ozzy Osbourne e alla leggenda per cui avrebbe mangiato un pipistrello. Ci sono aneddoti che fornisco proprio la precisa immagine di un’artista”.

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Quando nasce la tua passione per la musica e per il rock?
“La mia passione per la musica nasce sin dall’infanzia. In casa mia si ascoltava tanta musica, di tutti i tipi e di ogni periodo. Essendo io del 1980, già in quel decennio ho ascoltato più o meno direttamente il rock, musica elettronica, i cantautori e le band. In età adolescenziale ho ovviamente iniziato a suonare: il primo gruppo rock l’ho avuto a 16 anni e i gruppi rock di una volta ti portavano a esplorare il passato. Quando io avevo 16 anni si suonavano i Beatles, gli Eagles, gli U2, i Deep Purple, i Genesis. E per suonarli bene era necessario comprendere il loro spirito”.

Quali sono i tuoi cantanti, i tuoi artisti preferiti?
“Innanzitutto i Beatles, per tutto quello che hanno creato e per la rivoluzione culturale che hanno innescato. C’erano loro dietro un nuovo modo di comporre, di scrivere, di arrangiare, di vestire. Poi i Genesis, sia per lo stile che hanno portato al progressive rock, sia per il magnifico potere narrativo delle loro canzoni. In ogni loro album ci sono delle storie incredibili. Li paragono a dei menestrelli che vanno in giro a raccontare storie e leggende ma in forma rock. Pian piano, infine, ho iniziato ad amare tutto il mondo che orbitava intorno a loro: amo molto Neil Young, e quindi anche quel cantautorato americano che ha così tanto ispirato quello nostrano”.

Tra gli aneddoti che hai raccontato, qual è il tuo preferito?
“Ne racconto sempre uno che rende evidente come prima le canzoni nascessero da storie di vita vera, da spaccati di quotidianità. Oggi invece nascono in laboratorio, vengono date in mano a un arrangiatore che si mette davanti al computer e inizia a calcolare quale suono possa avere più presa sui giovani. Questa storia narra di una giovane coppia amante del reggae che, nel 1980, partì da Roma per andare a vedere Bob Marley a San Siro (uno dei primissimi concerti negli stadi in Italia, forse il primo). Lei era già incinta e, malgrado ciò, nella folla decise di dileguarsi e lasciare il compagno. Lei si chiamava Cinzia e aveva i soldi per tornare a casa. Lui si chiamava Piero e fu costretto a tornare a casa in autostop. Chi si fermò per riportarlo a Roma fu Antonello Venditti che, dopo aver sentito questa storia, ci scrisse su quella che sarebbe diventata la celebre Piero e Cinzia. Qualche tempo dopo, ascoltando la canzone, Cinzia tornò da Piero. I due ci riprovarono ma nuovamente senza successo. E infine, di recente, Piero e Venditti si sono risentiti tramite Facebook. Un sentiero che dura trent’anni e passa attraverso una canzone che è conosciuta da quasi tutti”.

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Nella prefazione scrivi che una volta era l’artista di indicare la via al fan, mentre adesso accade il contrario. Come pensi si possa invertire la rotta?
“Invertirla sarà difficile, perché bisognerebbe convincere gli addetti ai lavori a lasciare più spazio agli artisti. Oggi un cantante viene preso, spesso dai talent, e sostanzialmente indottrinato a produrre canzoni solo in un certo modo, con determinati suoni ed entro il limite di 2-3 minuti. C’è stato un periodo, fino a un paio d’anni fa, in cui anche ottimi cantautori si sono ritrovati a suonare “per una repubblica caraibica”, dicevo scherzosamente, perché erano costretti a sfornare sostanzialmente canzoni reggaeton. Sono spariti gli assoli di chitarra. I discografici impongono durate sempre più brevi perché l’attenzione delle persone è sempre minore. Di conseguenza la musica è diventata sempre più effimera, un prodotto da consumare in pochi giorni e che nel giro di poche settimane è già vecchio e dimenticato. Oggi si fa un disco di platino e poi si sparisce. Ecco, per invertire la rotta io credo che bisognerebbe tornare a basare le classifiche sugli acquisti fisici e non sugli ascolti, i download e le visualizzazioni. C’è una grossa differenza tra scendere di casa, prendere i soldi dalla tasca, comprare un disco e ascoltarla su Spotify. Questo potrebbe essere un modo per per tornare alla musica di qualità”.

Trovi Maurizio Guccini e i suoi imperdibili aneddoti anche su Facebook, Instagram e TikTok

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