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Pregiudizi: istruzioni per disinnescarli

Vincenzo Ceravolo - Rubrica Io Penso Positivo

Avete mai sentito quella vocina interiore che, vedendo una persona con i capelli color fucsia, sussurra: “Chissà che lavoro farà”? Oppure quella che, davanti a un tizio in giacca e cravatta, bisbiglia sospettosa: “Questo sicuramente vende qualcosa”?

Non c’è da sentirsi in colpa: non è cattiveria! Siete semplicemente… umani.

Il pregiudizio non è altro che un programma mentale, una scorciatoia che il cervello usa per risparmiare tempo ed energie. Gli scienziati lo chiamano “bias cognitivo”. In pratica, il nostro cervello preferisce giudicare in fretta piuttosto che analizzare tutto da capo ogni volta.

Tali distorsioni ci spingono a ricreare una propria visione soggettiva che non corrisponde fedelmente alla realtà.
È un po’ come quando al ristorante vediamo una foto del piatto e pensiamo: “Questo dev’essere buonissimo!”. Peccato che poi arrivi una lasagna che assomiglia più a un esperimento chimico che a un capolavoro culinario.

Il guaio è che, anche se nascono come scorciatoie mentali innocue, i pregiudizi possono crescere fino a diventare veri e propri muri invisibili. Ci fanno perdere occasioni, relazioni e, soprattutto, la possibilità di capire davvero gli altri.

Pensateci: quante volte un’idea “a pelle” si è rivelata completamente sbagliata? Magari quella collega antipatica al primo sguardo è diventata la vostra migliore alleata, o quel vicino “strano” vi ha salvato la vita prestando una scala in extremis.

Per disinnescare un pregiudizio, il primo passo, il più difficile, è accorgersi di averne uno. Sembra scontato, ma non lo è affatto. I pregiudizi sono come un rubinetto che perde: sprecano energie a poco a poco. Ti ritrovi a pensare che “quel tipo con i tatuaggi fino al collo deve essere per forza poco raccomandabile” e nemmeno ti chiedi da dove ti sia arrivata quella convinzione.

E qui entra in gioco il secondo passo: fatti una domanda in più. “Perché penso questo?”, “Chi me l’ha detto?”, “È davvero così o è solo un riflesso automatico?”
Spesso la risposta è un imbarazzato “Boh, l’ho sempre pensato”. Ecco, è proprio lì che bisogna iniziare a scavare. Molte delle nostre certezze non nascono dall’esperienza, ma dall’abitudine o, peggio, dai racconti altrui.

Cambiare prospettiva e provare a guardare la situazione con gli occhi dell’altro è un esercizio prezioso, quasi rivoluzionario.
Mettersi nei panni di chi abbiamo giudicato non significa necessariamente dargli ragione, ma capire da dove viene, cosa ha vissuto, quali storie porta addosso. E a volte, sorpresa delle sorprese, scopriamo che quei “panni” ci calzano meglio di quanto pensassimo.

E poi, l’arma segreta: l’ironia. Ridere dei propri pregiudizi è come togliere loro il superpotere.

Quando riusciamo a guardarli con un sorriso, smettono di essere mostri invisibili e diventano buffi errori di sistema. L’umorismo è una forma di intelligenza: ci permette di prenderci meno sul serio e di lasciare spazio alla comprensione.

Non esiste mente aperta senza un po’ di autoironia.

Il mondo si mostra nella sua verità solo a chi sa guardarlo senza il velo dei pregiudizi.

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