Quando la fatica entra in casa
Non si urla più. Non si litiga nemmeno. Si smette di parlarsi.
A volte le crisi non fanno rumore. Entrano in casa in silenzio. Si infilano tra un turno di lavoro e una cena veloce, tra un messaggio letto e non risposto, tra un figlio che chiede attenzione e due adulti che non trovano più le parole.
Non è sempre una rottura. Spesso è una distanza che cresce senza che nessuno se ne accorga davvero.
È in questi momenti – quando la fatica non è ancora frattura ma non è più semplice stanchezza – che può fare la differenza uno spazio dove fermarsi.
A Monterotondo ha sede lo Spazio Ezer, ma il suo raggio d’azione abbraccia un territorio molto più ampio: da Poggio Mirteto a Fara in Sabina, da Mentana a Fonte Nuova, fino a Palombara Sabina. Un punto di riferimento per singoli, coppie e famiglie che, in tutta l’area sabina e dell’hinterland romano nord-est, attraversano un momento di fragilità relazionale.
«Un luogo di accoglienza per chi vive un momento di fatica»

A spiegare l’identità del Centro è la direttrice, Tiziana Di Eugenio.
«Il Centro Ezer è, prima di tutto, un luogo di accoglienza dedicato a chiunque stia attraversando un momento di fatica o di confusione. Parliamo di tensioni con il partner, difficoltà nel rapporto con i figli, stress lavorativo o, più semplicemente, di quei periodi di disorientamento che la vita ci mette davanti».
Non un servizio per “casi estremi”, ma uno spazio per intercettare i segnali prima che diventino crisi conclamate.
La scelta della sede, a pochi passi dalla stazione, non è casuale.
«Abbiamo scelto Monterotondo per una ragione strategica: volevamo che la possibilità di essere ascoltati fosse facilmente accessibile, eliminando anche le barriere logistiche».
Il filo rosso: la solitudine
Nel raccontare le fragilità più diffuse nel territorio, la direttrice individua un elemento trasversale.
«Se dovessi individuare un filo rosso tra le tante storie di cui il Centro si è fatto carico, direi che la fragilità più trasversale è senza dubbio la solitudine indotta dai ritmi che tutti viviamo».
Una solitudine che non coincide con l’isolamento fisico, ma con l’assenza di ascolto reale.
«Chi si rivolge a noi spesso sta cercando un’ancora: sente il bisogno vitale di fermarsi. Prima ancora di richiedere interventi specifici, le persone ci chiedono ascolto».
E nelle coppie emerge una richiesta precisa.
«La possibilità di riscoprire un ascolto reciproco che nella quotidianità è andato smarrito».
Perché si chiama “Ezer”
Il nome scelto racchiude il senso del progetto.
«Abbiamo scelto il termine Ezer, di origine ebraica, per la straordinaria potenza del suo significato. Letteralmente significa aiuto, soccorso, sostegno».
Ma non è solo una traduzione.
«Ezer porta in sé il concetto di alleanza. Chi entra nel nostro Centro non trova un giudice o un esperto distante, ma un vero alleato».
Un’immagine che restituisce la filosofia del servizio.
«Consulente e cliente formano una squadra per affrontare e vincere le difficoltà del momento».
Chi è il consulente familiare

Spesso si fa confusione tra consulenza, psicoterapia e coaching.
La consulente Iolanda Salmé chiarisce.
«Il Consulente della coppia e della famiglia è un professionista socio-educativo, un professionista delle relazioni umane, che aiuta singoli, coppie o nuclei familiari a mobilitare le risorse interne ed esterne per affrontare le situazioni difficili».
La distinzione è netta.
«Lo psicoterapeuta è un professionista sanitario che agisce sulla diagnosi e il trattamento delle psicopatologie. La consulenza familiare, invece, è orientata alla valorizzazione delle risorse della persona e alla risoluzione delle difficoltà relazionali nel qui e ora».
E non è coaching.
«Il coaching si concentra su obiettivi e performance. La consulenza sostiene nei cambiamenti, nei conflitti di coppia, nelle difficoltà educative».
Come si svolge un percorso
Il primo colloquio dura circa un’ora.
«È un incontro di conoscenza reciproca in cui il consulente spiega il metodo di lavoro, creando un ambiente non giudicante ed accogliente».
Un percorso medio varia tra i 10 e i 15 incontri. Nella consulenza di coppia può essere più lungo.
Il lavoro tocca tre dimensioni intrecciate: comunicazione, emozioni e relazione.
La consulente utilizza un’immagine efficace.
«Possiamo immaginare il percorso come un albero: la comunicazione sono le foglie, le emozioni sono le radici, la relazione è il tronco».
Se le foglie ingialliscono il problema è visibile. Ma se le radici sono secche, l’albero non regge.
Le difficoltà più frequenti
Nelle coppie emerge una dinamica ricorrente. «La prima e più diffusa difficoltà è spostare il focus dal “Tu” al “Noi”».
Nei genitori, invece, pesa la gestione dei conflitti intergenerazionali. «Per comprendere le emozioni di un figlio è necessario entrare in contatto con le proprie emozioni».
«Accompagnare senza giudicare»
Accoglienza e riservatezza sono pilastri del servizio.
La direttrice ricorda che la riservatezza non è solo un obbligo giuridico, ma parte costitutiva dell’etica professionale.
La consulente sintetizza il metodo. «Accompagnare significa camminare a fianco della coppia o del singolo, un passo indietro senza il dito puntato».
E ancora. «La consulenza è una relazione d’aiuto non direttiva. Il professionista ascolta attivamente, offrendo uno spazio sicuro in cui le persone possono esprimersi senza temere critiche o giudizio».
Marzo e il “Mese al femminile”

Accanto all’attività ordinaria di consulenza, lo Spazio Ezer promuove anche iniziative dedicate alla sensibilizzazione e alla cura delle relazioni. Nel mese di marzo il Centro ha scelto di lanciare il “Mese al femminile”, un percorso pensato per offrire alle donne uno spazio di ascolto e di riflessione dedicato.
L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che molte donne vivono quotidianamente il peso di responsabilità familiari, lavorative ed emotive che spesso non trovano luoghi adeguati di condivisione.
Come recita il messaggio della campagna: «C’è un tempo per prendersi cura di tutti. E un tempo per fermarsi. Marzo può essere il tuo tempo».
Durante questo periodo lo Spazio Ezer invita le donne del territorio a prendersi un momento per sé, per ascoltarsi e per confrontarsi con un consulente in un contesto professionale e riservato.
Non aspettare che il nodo diventi inestricabile
Molte persone arrivano quando la situazione è già satura.
«Manca ancora una cultura della cura della relazione come manutenzione quotidiana. I piccoli segnali di allarme vengono spesso sottovalutati», osserva la direttrice.
Poi rivolge un messaggio a chi esita. «La fatica e la paura di non farcela da soli non sono segni di fallimento, ma segnali di umanità».
E utilizza un’immagine suggestiva. «Mi piace pensare al nostro Centro come a una sorta di SPA delle relazioni».
Un luogo dove fermarsi prima che il filo si spezzi. Perché il filo, spesso, non è rotto. È solo intrecciato.






