
C’è una creatura che, più di tante teorie motivazionali, ci insegna una grande verità sulla vita: l’aragosta.
Questo crostaceo è un piccolo filosofo del cambiamento.
L’aragosta cresce, ma il suo carapace, quella corazza rigida che la protegge, no. A un certo punto, la poveretta si ritrova compressa, schiacciata, scomoda. È come se vivesse dentro un vestito ormai troppo stretto.
Allora fa una cosa straordinaria: si nasconde sotto una roccia e… cambia pelle. O meglio, si libera del vecchio guscio e ne produce uno nuovo, più grande, più adatto a chi è diventata. Nei primi 5 /7 anni della sua vita, l’aragosta compie questa trasformazione circa 25 volte, poi continua a cambiare carapace una volta l’anno per il resto della sua lunghissima esistenza, che può arrivare fino a 120 anni.
Il momento più vulnerabile della sua vita è proprio quello in cui è senza protezione, morbida e nuda di fronte al mondo. Eppure è anche il momento in cui cresce davvero.
Noi non siamo molto diversi. Solo che, invece di cambiare carapace, cambiamo lavoro, città, relazioni, idee o semplicemente modo di vedere le cose.
Ogni tanto la vita ci stringe, e non perché sia cattiva: è solo un segnale che è tempo di cambiare guscio.
Il problema è che noi, a differenza dell’aragosta, tendiamo a rimandare. Ci piace restare comodi nel nostro vecchio carapace, anche se non ci fa respirare.
Ci convinciamo che “va bene così”, che “non è il momento”, che “magari domani”. Ma la verità è che, se non ci decidiamo a mutare, rischiamo di fermarci, di smettere di crescere.
E fermarsi, per un essere vivo, significa iniziare lentamente a morire.
Il cambiamento non è mai gentile. Fa rumore, scompiglia, mette in crisi, costringe a rinunciare a qualcosa. Ma è anche la forza che rinnova, che ci fa respirare di nuovo, che ci riconsegna alla vita nella nostra versione più autentica.
Cambiare fa paura, ma restare fermi, sotto un guscio che non ci entra più, fa peggio.
Ogni volta che la vita ti stringe, pensa all’aragosta, che sotto quella roccia non si lamenta, non procrastina: semplicemente, accetta il disagio e lo trasforma in crescita.
Quindi la prossima volta che ti senti compresso, frustrato o inquieto, non cercare subito di spegnere quel disagio.
Fermati un attimo e pensa a lei, l’aragosta, sotto la sua roccia: vulnerabile ma viva, impaurita ma libera, piccola ma in evoluzione.
Il disagio non è la fine del comfort. È l’inizio del cambiamento.