
Picasso e il coraggio di affrontare ciò che non sappiamo fare
“Cerco sempre di fare ciò che non sono capace di fare, per imparare come farlo.” (Pablo Picasso)
C’è una forma di intelligenza che ci spinge verso ciò che non sappiamo ancora fare. Picasso la chiama ricerca. Forse, più semplicemente, si tratta di coraggio: quella disposizione dell’animo che accetta di apparire goffi, incerti, sbagliati, pur di attraversare la soglia dell’inesperienza.
Questa frase contiene una piccola rivoluzione. Noi, generalmente, facciamo esattamente il contrario: cerchiamo di fare bene ciò che sappiamo già fare. È rassicurante. Conosciamo le regole, sappiamo come muoverci e spesso conosciamo anche il risultato. Soprattutto sappiamo evitare brutte figure. La questione è che, così facendo, rischiamo di diventare bravissimi a rimanere esattamente dove siamo.
Oggi viene premiato il già saputo. Ci viene chiesto di dimostrare competenza prima ancora di esercitarla. È un’inversione sottile ma profonda: nessuna abilità nasce compiuta. Ogni gesto che oggi ci appare naturale, scrivere, parlare in pubblico, dirigere un’impresa, è stato, in origine, un errore ripetuto con pazienza.
Aristotele: è facendo che diventiamo capaci
Aristotele diceva che diventiamo giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi compiendo azioni coraggiose: la virtù non precede l’atto, lo segue. È un’idea scomoda, perché toglie ogni alibi. Non possiamo aspettare di sentirci pronti per cominciare: è cominciando, e sbagliando, che costruiamo la prontezza. Chi rimanda l’azione in attesa della sicurezza interiore rimanda se stesso.
Imparare significa spesso entrare in una stanza senza sapere bene dove siano gli interruttori. Significa provare, e provare significa anche sbagliare. Se facciamo soltanto ciò che sappiamo fare, difficilmente impareremo qualcosa di nuovo. È un po’ come andare in palestra e allenare sempre lo stesso muscolo perché è quello che abbiamo già sviluppato: ci sentiremo fortissimi, ma il resto del corpo potrebbe avere qualcosa da ridire.
La crescita comincia quando accettiamo di essere incapaci
Picasso non dice di fare bene ciò che non si sa fare. Dice di farlo, punto. La qualità del risultato è secondaria rispetto al movimento che genera. È la differenza tra chi si allena e chi si guarda allo specchio immaginando di allenarsi: solo il primo, prima o poi, cambia forma.
La crescita comincia quando accettiamo di essere, almeno per un po’, incapaci. Ed essere incapaci di qualcosa non ci piace. Siamo abituati a mostrare competenza, sicurezza, esperienza; abbiamo costruito negli anni una certa immagine di noi stessi e facciamo fatica a metterla in discussione. E allora preferiamo dire: non fa per me, non sono portato, non l’ho mai fatto, non è il mio campo. Frasi apparentemente innocue che sono semplicemente modi eleganti per dire: ho paura di non essere bravo.
Ma nessuno nasce bravo. Chi oggi sa parlare in pubblico, un tempo probabilmente tremava davanti a tre persone. Chi sa gestire una squadra, un giorno non sapeva nemmeno come gestire se stesso. La differenza non la fa chi non sbaglia: la fa chi è disposto a sbagliare abbastanza da imparare.
Imparare significa anche mostrarsi incompleti
C’è poi un aspetto meno eroico in questa frase. Fare ciò che non sappiamo fare significa anche accettare di essere visti nella nostra incompiutezza. Non è solo una sfida tecnica, è un’esposizione. Ogni principiante teme il giudizio più della fatica. Eppure è proprio in quello spazio scoperto, nell’errore commesso davanti a qualcuno, che si consuma il vero apprendimento. L’abilità cresce nella luce, non nel nascondimento.
“Non lo so fare”: da limite a domanda
C’è qualcosa di profondamente umano nel provare a fare una cosa che non sappiamo fare: significa ammettere un limite senza trasformarlo in una condanna. “Non lo so fare” non dovrebbe essere una frase conclusiva, ma una frase seguita da una domanda: come posso imparare? Forse dovremmo recuperare anche il piacere di essere principianti , di fare domande, di non avere immediatamente una risposta, di guardare qualcuno che ne sa più di noi e pensare che da quella persona possiamo imparare qualcosa. Anche perché l’esperienza, se non viene accompagnata dalla curiosità, può diventare una gabbia molto confortevole. Sappiamo fare tante cose, ma proprio per questo rischiamo di smettere di impararne di nuove.
Tornare principianti anche da adulti
Tanti smettono di imparare da adulti: non perché manchi il tempo, ma perché manca la disponibilità a tornare principianti. Si preferisce la competenza già acquisita all’incertezza di un nuovo inizio.
Picasso ci suggerisce una cosa semplice: non dobbiamo aspettare di essere capaci per cominciare. Dobbiamo cominciare per diventare capaci. Ed è questa una delle poche occasioni in cui possiamo permetterci di essere un po’ incapaci senza vergognarcene — anzi, dovremmo quasi festeggiarlo. Perché ogni volta che facciamo qualcosa che non sappiamo fare, abbiamo davanti due possibilità: fare una figuraccia oppure imparare qualcosa. E, sorprendentemente, qualche volta le due cose coincidono.
La prima fa sorridere gli altri.
La seconda fa crescere noi.


