Emigrazione, spopolamento, provincia e identità. Al Festival di Internazionale a Ferrara, gli scrittori Donatella Di Pietrantonio e Nicola Lagioia hanno raccontato il Meridione attraverso i luoghi da cui si parte, quelli a cui si resta legati e le storie che la letteratura può restituire.
Il confronto, dal titolo “Meridione per principianti”, è stato moderato da Giuseppe Rizzo di Internazionale e ha messo al centro una domanda semplice solo in apparenza: che cosa significa, oggi, Meridione?
Una terra da cui partire
Per generazioni, lasciare il Sud ha significato cercare altrove un futuro. Una storia che appartiene anche alla famiglia di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice abruzzese vincitrice del Premio Strega.
Suo padre partì all’età 17 anni per la Liguria, suo zio emigrò in Svizzera e altri parenti raggiunsero la Germania. Oltre l’Europa c’era poi l’America, vissuta dalle generazioni precedenti quasi come la destinazione più ambiziosa e degna di rispetto per la collettività.
Quell’emigrazione, però, oggi ha assunto forme diverse. «Perdiamo grandi energie e giovani qualificati che lavorano all’estero perché qui non ci sono opportunità», ha spiegato Di Pietrantonio, parlando della cosiddetta “fuga di cervelli”.
Non si tratta soltanto di perdere abitanti. A lasciare i territori sono spesso proprio quei giovani che potrebbero contribuire alla loro crescita. «Prima si parlava di emigrazione di sussistenza, andare via per fuggire dalla miseria. Ora è una sottrazione di forze che potrebbero rappresentare per il Sud il vero cambiamento».
La provincia come gabbia, poi come patrimonio
Di Pietrantonio ha raccontato anche il proprio rapporto con l’Abruzzo, una regione che geograficamente si trova al centro della penisola ma che spesso viene associata al Mezzogiorno.
Un rapporto segnato anche dalle difficoltà concrete del territorio. La scrittrice ha ricordato i cantieri che da anni interessano l’autostrada A14 tra Marche e Abruzzo, con conseguenze sull’economia e sul turismo delle regioni meridionali. «Sono indignata perché questo problema dura da 12 anni e non viene considerato come urgente da risolvere», ha detto, chiedendosi se una situazione simile avrebbe ricevuto la stessa attenzione in una zona del Nord.
La sensazione di essere dentro una “gabbia”, però, Di Pietrantonio l’ha conosciuta soprattutto da giovane. Nata e cresciuta in un territorio che percepiva come svantaggiato, pensava di essere stata semplicemente sfortunata. Poi sono arrivati la scuola, il liceo e l’università. E con loro la possibilità di guardare oltre il proprio paese. Anche la lingua ha segnato quel passaggio: l’italiano entrava nella sua vita dopo il dialetto, aprendole una porta verso un mondo più ampio.
Quando ha iniziato a scrivere romanzi, quasi a 50 anni, quella che per anni aveva considerato una gabbia si è trasformata in qualcosa di diverso. «Mi sono finalmente accorta che quella gabbia era il mio tema, il mio patrimonio, la mia ricchezza, la mia possibilità di dare voce a persone che una voce non ce l’avevano mai avuta in quel contesto».
Raccontare il Sud attraverso la lingua
Da qui il tema della lingua, centrale nel confronto tra i due scrittori. Come raccontare una realtà locale attraverso una lingua comprensibile a tutti senza tradirne l’identità?
Di Pietrantonio ha spiegato di aver sempre mantenuto nei suoi testi una presenza del dialetto, anche attraverso la costruzione delle frasi. Un equilibrio delicato, perché il rischio è trasformare la lingua locale in un semplice elemento decorativo. «Chiamo anche questo tradimento», ha detto riferendosi all’uso strumentale del dialetto per attirare simpatie.
Un problema che Lagioia condivide. «Il dialetto usato per colorire non è dialetto», ha osservato lo scrittore barese, sottolineando però anche la ricchezza del patrimonio orale pugliese: ritmi, espressioni e forme difficilmente replicabili sulla pagina.
La Puglia come un continente
Per Nicola Lagioia, parlare di Meridione significa anche superare la stessa definizione geografica. «Nel mio caso bisogna parlare di Levante più che di Sud», ha spiegato, raccontando una Puglia capace di racchiudere realtà molto diverse. Una regione che può apparire arretrata sotto alcuni aspetti e allo stesso tempo moderna per infrastrutture e patrimonio culturale, ma che continua a fare i conti con una situazione economica difficile e con il rischio di un forte calo demografico.
«Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia, e probabilmente nemmeno il mondo», ha affermato Lagioia, ricordando anche il ruolo che i territori meridionali hanno avuto nella cinematografia e nella letteratura italiana.
La Puglia, nei suoi romanzi, non è soltanto un’ambientazione. È una mappa culturale. Lagioia ha raccontato di aver sempre percepito la propria regione come uno spazio quasi sconfinato, tanto da associare i luoghi che incontrava nella letteratura a quelli della sua realtà. Per questo nei suoi libri ha scelto di ambientare le storie tra Roma e la Puglia, utilizzando i territori per costruire una vera e propria geografia culturale.
Dal Sud che parte al Sud che accoglie
La storia pugliese, però, non è fatta soltanto di partenze. Bari è anche una città che ha conosciuto l’arrivo di migliaia di persone. Lagioia ha ricordato l’agosto del 1991, quando circa 20mila albanesi arrivarono sulle coste pugliesi. «Mi piace pensare che la Puglia abbia anticipato il XXI secolo», ha raccontato, ricordando come molti immigrati furono accolti proprio dai baresi. Una vicenda che, secondo Lagioia, ha contribuito a formare una popolazione abituata a confrontarsi con chi arriva dal mare.
Anche il tema dell’emigrazione contemporanea, dunque, non riguarda soltanto chi parte. «Andarsene apre comunque una ferita», ha spiegato Lagioia. Molte persone, ha osservato, non sarebbero partite se avessero trovato opportunità adeguate, oppure sarebbero tornate.
Un luogo può diventare una voce
Il confronto tra Di Pietrantonio e Lagioia lascia così il Meridione lontano dalle semplificazioni. Non soltanto terra di partenze, arretratezza o nostalgia, ma spazio complesso, capace di produrre cultura e di trasformare le proprie contraddizioni in racconto.
La provincia può sembrare una gabbia, soprattutto quando si è giovani e non si conoscono ancora le possibilità oltre i propri confini. Ma quella stessa gabbia può diventare, con il tempo, un patrimonio. È forse qui che letteratura e territorio si incontrano: nel momento in cui un luogo smette di essere soltanto il punto da cui si parte e diventa una voce attraverso cui raccontare il mondo.


