In Europa mancano lavoratori e l’invecchiamento della popolazione aggrava il problema. Al Festival di Internazionale di Ferrara, esperti e giornalisti si sono confrontati sul ruolo della migrazione legale per rispondere alla carenza di personale e valorizzare competenze spesso ancora inutilizzate.
L’incontro “Le frontiere del lavoro”, ospitato all’Ex Teatro Verdi, ha riunito Stefania Guida di Talent Beyond Boundaries, la giornalista e scrittrice Mariangela Paone e Nicola Pasini di ISMU. A moderare il panel Massimo Gaudina, dell’European Training Foundation.
Le competenze che mancano
Il punto di partenza è il mercato del lavoro europeo. Secondo i dati citati durante l’incontro, tre PMI su quattro non riescono a trovare sul mercato europeo i profili di cui hanno bisogno. Entro il 2034, inoltre, servirà un milione di professionisti della sanità.
A questa difficoltà si aggiunge il progressivo invecchiamento della popolazione, particolarmente evidente in Italia. La combinazione tra meno persone in età lavorativa e una domanda crescente di professionalità rende quindi centrale il tema della mobilità internazionale.
Massimo Gaudina ha richiamato la necessità di individuare le competenze del futuro e di costruire un quadro europeo capace di far dialogare formazione, riconoscimento dei titoli e mercato del lavoro. L’obiettivo, ha spiegato, è creare un sistema “win-win-win”, in grado di produrre benefici per i lavoratori, per le imprese e i per Paesi che li accolgono.
Riconoscere i talenti oltre i confini
Su questo punto si è concentrato l’intervento di Stefania Guida. Talent Beyond Boundaries lavora per facilitare la mobilità lavorativa di persone che possiedono competenze e professionalità, anche quando provengono da Paesi segnati da conflitti o crisi. L’organizzazione dispone di un database che raccoglie esperienze, competenze e preferenze di persone interessate a trasferirsi per lavorare in altri Paesi. L’obiettivo è favorire l’incontro tra questi profili e le aziende che cercano personale.
In Italia esistono già strumenti normativi per sviluppare percorsi di ingresso attraverso il lavoro. Guida ha citato la Legge 50 del 2023 e la modifica dell’articolo 23, che prevede percorsi dedicati anche alla formazione e all’inserimento lavorativo. Tra gli elementi previsti figurano un contratto di almeno dodici mesi e l’impegno dell’azienda a garantire corsi di lingua italiana.
Il nodo, però, resta quello dell’attuazione. Serve infatti un dialogo costante tra istituzioni, imprese e organizzazioni per rendere effettivi questi percorsi e superare gli ostacoli burocratici. Uno dei principali riguarda il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero. In Italia, ha spiegato Guida, la procedura può richiedere anche uno o due anni. Un tempo che rischia di trasformare una professionalità in una risorsa inutilizzata.
Il rischio di perdere competenze
Il problema non riguarda soltanto chi arriva in Italia, ma anche il modo in cui il Paese utilizza le competenze già presenti sul territorio. Nicola Pasini ha sottolineato la necessità di evitare che professionisti qualificati provenienti da Paesi terzi vengano confinati a mansioni lontane dalla loro preparazione. “Dobbiamo sforzarci su più livelli di permettere a ingegneri di Paesi terzi di fare gli ingegneri”, è il senso del ragionamento portato al panel.
Secondo i dati citati da Pasini, le persone provenienti da Paesi terzi rappresentano circa l’11% della forza lavoro italiana. Agricoltura, turismo e ristorazione e costruzioni sono tra i principali settori di occupazione, mentre resta evidente una segregazione professionale che riguarda soprattutto le donne.
Anche la scuola assume un ruolo centrale. È lì che si formano i talenti e, secondo Pasini, le politiche educative dovrebbero valorizzare le potenzialità degli studenti indipendentemente dalla loro origine o cittadinanza.
La Spagna e la maxi-regolarizzazione
Un caso concreto arriva dalla Spagna, raccontato dalla giornalista Mariangela Paone, che ha a lungo collaborato con il quotidiano spagnolo El Paìs. Nel gennaio 2026 il Paese ha avviato una maxi-regolarizzazione rivolta a persone già presenti sul territorio, tra cui richiedenti asilo, cittadini fuggiti dalla guerra e persone che avevano già intrapreso un percorso di radicamento.
La procedura ha previsto una finestra temporale limitata per permettere alla macchina amministrativa di gestire l’elevato numero di domande. I primi dati mostrano la portata dell’operazione: circa 420 mila nuovi iscritti stranieri alla previdenza sociale, pari al 17% del totale. La regolarizzazione ha quindi favorito anche l’emersione di una parte del lavoro irregolare.
L’87% delle persone regolarizzate si trova in età lavorativa. Tra le comunità più numerose figurano colombiani, marocchini e peruviani; mentre i settori maggiormente interessati sono costruzioni, ristorazione, turismo e servizi alla persona.
Paone ha inoltre richiamato i dati relativi agli ingressi irregolari, sottolineando come nel periodo precedente alla crisi di Ceuta si fosse registrato un calo del 24%. Un elemento che mette in discussione l’idea secondo cui la regolarizzazione produca necessariamente un effetto di richiamo.
La crisi demografica non è solo una questione di numeri

Il filo che unisce gli interventi è anche quello della trasformazione demografica. Meno persone in età lavorativa significano meno forza lavoro disponibile, mentre aumenta la domanda di personale in settori essenziali.
È una questione che anche il direttore de IlTerritorio.net, Ramiro Baldacci, ha affrontato anche nel suo libro Viaggio nell’Italia che scompare, pubblicato proprio quest’anno. Il volume parte proprio dagli effetti concreti della crisi demografica sui territori e mette in relazione spopolamento, lavoro, scuola, welfare, immigrazione e fuga dei giovani.
Al Festival di Ferrara il tema è stato osservato da un’altra prospettiva: quella di chi può contribuire a colmare il vuoto lasciato dall’inverno demografico.
Tra necessità economica e percezione
Per Pasini, la questione migratoria non può però essere affrontata soltanto attraverso i numeri dell’occupazione. L’immigrazione riguarda anche l’identità culturale e la capacità delle società democratiche di gestire il pluralismo dei valori.
In Italia il tema è fortemente politicizzato e, secondo Pasini, la percezione del fenomeno non sempre coincide con la sua reale dimensione. La presenza straniera si attesta intorno al 9-10% della popolazione, mentre in alcune realtà territoriali la paura dell’immigrazione può crescere anche dove la presenza effettiva è limitata.
La scuola e la formazione diventano quindi strumenti fondamentali per costruire una convivenza consapevole e ridurre la distanza tra percezione e realtà.
Il lavoro regolare si trova così al centro di una questione che è contemporaneamente economica, sociale e demografica. In un’Europa che invecchia e fatica a trovare personale, la domanda non riguarda più soltanto quanti lavoratori servano, ma anche come riconoscerne le competenze, garantire percorsi legali e permettere a chi arriva di contribuire pienamente al Paese in cui sceglie di vivere.


