Social e minori: la sfida tra libertà e tutela

Quattro o cinque ore al giorno davanti a uno schermo, algoritmi che decidono quali contenuti mostrare e una generazione che si affaccia sui social sempre più presto. Il confine tra libertà digitale e necessità di protezione dei più giovani è diventato uno dei nodi centrali del dibattito sulle nuove tecnologie. A Ferrara, il Festival di Internazionale ha messo a confronto istituzioni, professionisti e giovani proprio su questa linea di confine, nel panel “L’età dei social”, moderato dal giornalista e conduttore radiofonico Federico Taddia.

A dare il via al confronto sono state le voci degli studenti dei licei Ariosto e Carducci di Ferrara, protagonisti di alcuni video dedicati agli algoritmi, ai rischi per i minori, alla dipendenza e a una domanda che attraversa ormai la quotidianità di intere generazioni: si può davvero scegliere tra una vita analogica e una digitale?

Una domanda alla quale hanno provato a rispondere Anna Colaps della Commissione europea, l’avvocata Marisa Marraffino, l’attivista e content creator Sofia Pasotto e lo psicoterapeuta Alberto Rossetti. Posizioni diverse, ma un punto comune: il digitale non può essere semplicemente demonizzato. Va conosciuto, regolato e soprattutto ripensato a partire da chi è più vulnerabile.

Conoscere l’algoritmo per non subirlo

«La parola digitale non deve spaventare», ha sottolineato Marisa Marraffino, ricordando come le nuove tecnologie siano ormai parte integrante della vita quotidiana e possano offrire anche numerose opportunità. Il punto, secondo l’avvocata, è imparare a utilizzarle con consapevolezza.

Al centro del ragionamento c’è l’algoritmo. Non necessariamente un nemico, ma un sistema che deve essere conosciuto per poter essere gestito. La conoscenza diventa quindi la prima forma di tutela, soprattutto durante la preadolescenza, una delle fasi considerate più delicate.

Ma i rischi legati all’utilizzo della rete da parte dei minori sono molteplici: dall’adescamento online ai deepfake, fino alla diffusione di immagini intime senza consenso e ai contenuti pedopornografici. Per questo, secondo Marraffino, non è sufficiente parlare di libertà online: occorre costruire anche alternative concrete, come lo sport, la musica e le attività sociali, capaci di offrire ai giovani spazi di relazione al di fuori dello schermo.

«Se non paghiamo il prodotto, il prodotto siamo noi»

Una posizione più critica nei confronti degli algoritmi è quella di Sofia Pasotto. «Quando non paghiamo per un prodotto, siamo noi il prodotto», ha osservato l’attivista, richiamando il meccanismo attraverso cui le piattaforme raccolgono e utilizzano i dati degli utenti.

Nel mondo digitale, ha spiegato, gli algoritmi non possono essere semplicemente aggirati: fanno ormai parte dell’ambiente in cui viviamo e con il quale siamo costretti a confrontarci. Una possibile forma di libertà, allora, può essere anche quella di uscire temporaneamente da quel sistema. Pasotto ha poi spostato l’attenzione sul peso del giudizio altrui, particolarmente forte tra i più giovani. I social possono amplificarlo, rendendo difficile distinguere ciò che si desidera davvero da ciò che si pensa di dover essere per rispondere alle aspettative degli altri. La consapevolezza, in questo senso, passa anche dalla capacità di sottrarsi a quel giudizio e di costruire una propria idea di vita.

Per l’attivista, inoltre, il cambiamento passa dalla partecipazione collettiva. Le città possono diventare “incubatori del cambiamento” e i giovani possono trovare nelle associazioni e nella partecipazione pubblica gli strumenti per far sentire la propria voce, anche attraverso la possibilità di sbagliare e imparare.

L’UE e le nuove regole per proteggere i minori

Sul fronte istituzionale, Anna Colaps ha illustrato il lavoro della Commissione europea sulle politiche digitali e sulla necessità di rendere gli algoritmi e i sistemi di raccomandazione più trasparenti e controllabili.

I dati dell’Eurobarometro, lo strumento utilizzato dall’Unione Europea per monitorare anche gli interessi e le preoccupazioni dei giovani, mostrano quanto il modo in cui i contenuti vengono selezionati possa incidere sulla loro esperienza online. Proprio per questo, ha spiegato Colaps, i sistemi di raccomandazione dovrebbero essere maggiormente comprensibili e sottoposti a controllo.

Il Digital Services Act rappresenta già uno degli strumenti attraverso cui l’Unione europea ha cercato di intervenire sul funzionamento delle piattaforme. A questo si aggiunge il progetto del cosiddetto Kids Act, pensato per rafforzare ulteriormente la protezione dei minori online. La proposta prevede un accompagnamento graduale all’utilizzo dei social: nessun accesso alle piattaforme per i bambini tra zero e tre anni, un utilizzo limitato nella fascia successiva e account autonomi soltanto a partire dai 15 anni. L’obiettivo è spostare il centro della progettazione delle piattaforme sulla sicurezza dei più giovani, riducendo profilazione, geolocalizzazione e sistemi basati sul tracciamento degli utenti.

Una questione particolarmente delicata riguarda proprio la verifica dell’età. Sebbene molte piattaforme prevedano un’età minima per l’accesso, i sistemi utilizzati per verificare che l’utente abbia effettivamente raggiunto quell’età non sempre risultano efficaci. La sfida, quindi, è trovare un sistema che permetta di proteggere i minori senza costringere gli utenti a fornire una quantità eccessiva di dati personali.

Il “rabbit hole” e i contenuti che possono diventare pericolosi

Un altro problema riguarda il cosiddetto “rabbit hole“, il meccanismo attraverso cui l’utente può essere progressivamente indirizzato verso contenuti sempre più estremi o nocivi. Nel caso dei minori, questo può significare entrare in una spirale di contenuti legati all’autolesionismo, fino ad arrivare a tematiche ancora più gravi. Un fenomeno che rende particolarmente importante interrogarsi sul funzionamento dei sistemi di raccomandazione.

Colaps ha inoltre ricordato le problematiche emerse da alcune indagini sulle piattaforme, tra cui quella relativa a Snapchat e ai rischi di adescamento da parte di adulti per finalità sessuali e criminali.

La questione della dipendenza si lega a doppio filo a questo meccanismo. Secondo quanto emerso durante il panel, i giovani trascorrono mediamente quattro o cinque ore al giorno davanti a uno schermo, un tempo che può aumentare durante il fine settimana. Per questo non basta stabilire regole: occorre ripensare la progettazione stessa degli ambienti digitali.

«Cerchiamo qualcuno che scelga al posto nostro»

A interrogarsi sulle conseguenze psicologiche del rapporto con la tecnologia è stato Alberto Rossetti. Secondo lo psicoterapeuta, uno dei rischi è quello di delegare progressivamente agli altri — e agli algoritmi — una parte delle nostre scelte, andando incontro a una forma di «depersonalizzazione».

Il tema torna inevitabilmente alla questione dell’età. Un bambino con uno smartphone, ha osservato Rossetti, non possiede necessariamente gli strumenti per comprendere e gestire ciò che incontra online. La responsabilità, quindi, non può essere scaricata esclusivamente sui minori: riguarda anche gli adulti, a partire dai genitori.

Anche il fenomeno dello “sharenting“, la condivisione delle immagini dei bambini sui social, è stato indicato come una questione su cui interrogarsi. Il rischio è quello di consegnare troppo presto la vita dei minori alla rete, senza che possano realmente scegliere cosa condividere della propria identità.

Per Rossetti, inoltre, occorre mettere in discussione una narrazione ormai diffusa: quella secondo cui avere uno smartphone significhi automaticamente diventare grandi. La vera rivoluzione, al contrario, potrebbe essere spiegare ai ragazzi che si crede nella loro capacità di crescere anche senza essere costantemente connessi.

Non demonizzare il digitale, ma imparare a scegliere

Anche il concetto di dipendenza merita, secondo Rossetti, una riflessione più attenta. Il termine viene spesso associato immediatamente a droghe e alcol, ma esistono anche dipendenze comportamentali che possono assumere caratteristiche patologiche. Il rapporto con il digitale può rientrare in questo quadro, soprattutto quando l’utilizzo delle piattaforme diventa incontrollato.

Il rischio è quello di vivere all’interno di una “bolla”, perdendo progressivamente il contatto con ciò che accade al di fuori dello schermo. Eppure, ha ricordato lo psicoterapeuta, le esperienze più significative della vita continuano a essere quelle vissute direttamente, nelle relazioni e negli spazi reali.

Il messaggio emerso dal panel, però, non è un invito a rimpiangere il passato o a demonizzare la tecnologia. La sfida è piuttosto quella di partire dagli strumenti che abbiamo oggi e imparare a utilizzarli in modo consapevole. Perché il digitale non è più un mondo separato dalla realtà: ne è ormai una parte. E proprio per questo, soprattutto quando si parla di minori, la vera domanda non sembra essere se scegliere tra una vita online e una vita offline, ma come imparare a vivere nel digitale senza lasciare che sia il digitale a scegliere al posto nostro.

Una questione che riguarda tutti

Forse la questione più interessante emersa dal confronto non riguarda tanto quanto tempo dovremmo trascorrere sui social, ma quanto spazio siamo ancora disposti a lasciare alle nostre scelte. Gli interventi hanno mostrato il problema da prospettive diverse: quella delle istituzioni che provano a costruire regole, quella del diritto che si confronta con rischi ancora difficili da prevedere, quella dei giovani che chiedono di essere ascoltati e quella della psicologia, che invita a non confondere la tecnologia con il bisogno, molto più umano, di sentirsi parte di qualcosa.

Ed è forse proprio qui che il dibattito sui social diventa un dibattito sulla società: su come vogliamo crescere i più giovani, su quanto siamo disposti a proteggerli e, soprattutto, su quale responsabilità siamo pronti ad assumerci noi adulti.

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