La vergogna non è innata: la impariamo

La vergogna non è innata: la impariamo
Vincenzo Ceravolo - Rubrica Io Penso Positivo

Non nasciamo con la vergogna. Non è un’emozione inscritta nel nostro DNA, come il bisogno di nutrirci o il riflesso di stringere un dito quando qualcuno ce lo porge. La vergogna è, piuttosto, un prodotto sociale: si apprende crescendo, osservando gli altri e interiorizzando regole, giudizi ed aspettative.

Gli psicologi la definiscono un’emozione “auto-conscia”, perché richiede la capacità di guardarsi dall’esterno, come se fossimo osservatori di noi stessi. Ed è proprio qui che entra in gioco la società: non proviamo vergogna perché qualcosa è intrinsecamente sbagliato, ma perché abbiamo imparato che gli altri potrebbero percepirlo come tale.

Come nasce la vergogna nei primi anni di vita

Nei primi anni di vita, un bambino non prova vergogna. Può piangere per un bisogno, ridere senza freni, spogliarsi senza imbarazzo. È crescendo che interiorizza norme e confini. Le reazioni degli adulti, uno sguardo severo, un rimprovero, un sorriso ironico, insegnano cosa è socialmente accettabile e cosa no.

In questo modo, la vergogna diventa una sorta di bussola sociale: segnala i comportamenti che rischiano di essere giudicati negativamente e ci spinge ad adeguarci.

Quando la vergogna diventa un limite

A piccole dosi, la vergogna può avere anche una funzione utile: facilita la convivenza e ci aiuta a rispettare gli altri. Quando però si radica troppo in profondità, può trasformarsi in un giudice severo e costante.

Molte persone crescono con vergogne ereditate: il corpo “sbagliato”, il carattere “troppo”, il desiderio “fuori posto”, l’errore imperdonabile. Non sono pensieri spontanei, ma l’eco di esperienze, commenti e confronti. E possono limitare, ferire, far sentire inadeguati anche quando non esiste un reale pericolo di giudizio.

Come superare la vergogna appresa

La buona notizia è che ciò che si impara può anche essere disimparato, e già comprendere l’origine sociale della vergogna rappresenta un primo passo importante per ridimensionarla. Può essere utile, ad esempio, fermarsi a capire da dove arrivano certe idee e regole che ci portiamo dentro, chiedendosi chi le abbia stabilite e se abbiano ancora senso nella propria vita adulta. Allo stesso tempo, sviluppare un dialogo interno più gentile aiuta a mettere in discussione regole che non rispecchiano più ciò che si è oggi. Un altro passaggio consiste nell’esporsi gradualmente a ciò che fa paura, così da scoprire che il giudizio temuto è spesso meno presente o meno severo di quanto si immagini. Infine, cercare contesti accoglienti può fare una grande differenza, perché trovarsi in ambienti in cui la vulnerabilità non viene punita ma compresa permette di affrontare queste emozioni in modo più sereno.

Una nuova prospettiva sulla vergogna

La vergogna è una compagna che ci viene assegnata, non scelta. È il risultato della cultura, dell’educazione, delle relazioni. Riconoscerne le radici sociali significa recuperare una forma di libertà: quella di ridefinire ciò che è davvero “vergognoso” e ciò che, invece, è semplicemente umano.

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3 risposte

  1. È estremamente vero, la vergogna è ciò che viene imposto da chi crede che una qualsiasi cosa sia sbagliata. Il vero problema è che ognuno di noi ha una percezione diversa rispetto agli atteggiamenti, ora, diverso è il bon ton, ma vergognarsi di qualcosa di cui non c’è nulla da vergognarsi, è soltanto una limitazione alla nostra libertà di pensiero

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