di Roberto Tomassini
UNA VECCHIA CARTOLINA DI MENTANA
RICORDA IL GARIBALDINO ATTILIO BARONI
Di Roberto Tomassini
Fin da ragazzo sono collezionista cartaceo di tutto quello che riguarda Mentana e mi sono subito reso conto che il mio paesino di allora pur essendo piccolo aveva una storia incredibile con tanto materiale storico e curiosità.
Per la mia passione, in particolare, ho scelto di collezionare cartoline attraverso le quali possiamo vedere i vari cambiamenti e documenti non di grande valore ma di grande importanza storica per la comunità di Mentana. Di solito scelgo quelle viaggiate. Mi sembrano documenti più completi, hanno il francobollo, talvolta ci sono annulli postali interessanti, c’è la calligrafia di una volta (impagabile adesso nel mondo degli sms). In effetti, questi oggetti da collezione hanno sempre qualcosa da raccontare. Vecchie lettere o vecchie cartoline, oltre che per la loro storia postale o per il soggetto che raffigurano, mi affascinano anche per le vicende alle quali si riferiscono o per la vita delle persone che le hanno spedite o ricevute. Spesso questi elementi possono coesistere tra loro.


Ecco un’interessante cartolina, sempre della mia collezione, raffigurante sul dritto il Monumento Garibaldino, all’inizio del secolo scorso. Apparentemente è normalissima, ma nel momento però in cui l’analizziamo sul retro, una storia incomincia a delinearsi. Reca la data del 9 settembre 1911. Il reduce garibaldino, che aveva partecipato alla battaglia di Mentana nel 1867, ritornato nella vita civile a fare l’impiegato statale, Attilio Baroni, in visita a Mentana, scrive alla sorella amatissima Agnese, residente a Torino: “Cara Agnesina, Ti mando il mio saluto da Mentana dove sto visitando l’ossario ed il museo che raccoglie tutte le memorie garibaldine del 1867. Tutto qui mi ricorda i miei 20 anni e rivedo quei luoghi come li vedevo allora…” Quale onda di ricordi dovette agitare l’anima di Attilio nel rivedere, dopo oltre quarant’anni, il paese al quale lo legava un’esperienza che in un modo o nell’altro aveva rivoluzionato la sua vita, e dove ogni luogo richiamava alla sua mente un episodio della sfortunata battaglia “… rivedo quei luoghi come li vedevo allora…” egli scrive alla sorella. In quel 3 novembre 1867, era poco più di un ragazzo che aveva deciso di seguire Garibaldi il quale incarnava l’idealità più alta di una patria libera da ogni straniera schiavitù, e viveva nel sogno esaltante di creare l’Italia. “… qui tutto mi ricorda i miei 20 anni…”, continua Attilio, visitando il Monumento e l’Ossario.

Un brivido di profonda commozione lo avrà assalito nel rivivere il dramma dei suoi compagni garibaldini, eroici prima nell’affrontare un nemico decisamente superiore in tutto e divenuti poi leggendari nella tragica anabasi dei sopravvissuti.
La visita più toccante fu certo quella della cripta, il timore iniziale venne spazzato via dalla tristezza e dalla commozione per molti dei suoi compagni morti sui colli di Mentana durante quell’infelice giornata. Non vi può essere per il superstite più appagante conforto delle attestazioni di affetto date ai caduti; ma l’Ara garibaldina di Mentana, costituisce un tributo che trasmette ai secoli venturi l’immortale lascito dell’esempio, poiché indica la via del dovere, la gratitudine che onora il sacrificio di quei giovani volontari.
Attilio Baroni, garibaldino per tutta la vita

Attilio Baroni rimase garibaldino per tutta la vita e trasferì nella società gli ideali in cui credeva. Volle narrare le sue memorie che pubblicò proprio nel 1911 nel volume “Ricordi di un Garibaldino”, per evitare che quell’epopea cadesse nell’oblio, e lo fece con lo scopo di lasciare una memoria scritta per i suoi figli e pei suoi nipoti leggendo i suoi ricordi, che rispecchiano le sue impressioni di quei lontani momenti…. Era pieno di entusiasmo giovanile, viveva nel sogno esaltante di creare l’Italia. Già nei ranghi dei volontari che parteciparono alla guerra del Trentino del 1866 durante la terza guerra d’indipendenza, nel riuscito tentativo, da parte di Giuseppe Garibaldi e dei suoi volontari, di forzare le difese austriache in Tirolo e di aprirsi la strada verso Trento. Partì da casa il 24 ottobre 1867 di nascosto della famiglia, insieme ad altri suoi compagni di Piacenza, e raggiunse lo Stato pontificio passando per Bologna, Firenze, Siena e Orvieto. Passato il confine furono frettolosamente divisi in reparti. I piacentini furono assegnati alla 2ª Compagnia della colonna guidata dal mantovano Giovanni Acerbi e il 26 ottobre venne tentato un assalto a Viterbo, ma nonostante il valore spiegato, fu necessità desistere dall’attacco.
Nei giorni seguenti Attilio Baroni aderì all’invito del comandante Jacopo Sgarallino di Livorno intento a ricostruire, in mezzo a quello sbandamento, le compagnie che formavano il suo battaglione, con l’intento di staccarsi dall’Acerbi e di portarsi a Monterotondo per unirsi alla colonna di Menotti Garibaldi. A Monterotondo furono aggregati alla colonna Frigesy e li fecero accampare nell’orto del convento dei cappuccini poco fuori della città. Da questo momento gli avvenimenti incalzano. Partirono da Monterotondo la mattina del 3 novembre che era circa il mezzogiorno e quando la compagnia giunse a Mentana si udì un colpo di cannone seguito dal fragore di parecchie centinaia. Venne l’ordine dal generale Garibaldi al maggiore Sgarallino di occupare il castello, e la compagnia di Attilio Baroni con due altre della colonna Frigesy fu così designata a prendere la difesa di quelle mura per opporre di là una qualche resistenza all’avanzarsi del nemico.

Il combattimento sostenuto dai giovani garibaldini piacentini fu breve. Dopo una vivace resistenza contro forze nettamente superiori e meglio armate composte da papalini e francesi armati con i nuovi fucili “Chassepot”, dovettero ritirarsi e asserragliarsi nel castello di Mentana.
Così quei trecento volontari cui era stata commessa la difesa del castello di Mentana e dato l’ordine di proteggere eventualmente la ritirata della colonna, avevano potuto tranquillamente dormire nella notte del 3 novembre sul campo di battaglia. La mattina seguente gran parte dei garibaldini rimasti all’interno del borgo furono catturati dai francesi. Poco dopo il mezzogiorno furono ordinati per la partenza. Una compagnia di francesi li doveva scortarli fino a Passo Corese, loro in mezzo ed essi ai fianchi. Camminando di un buon passo arrivammo a Passo Corese che era già sera. “Già da lontano avevamo scorte le fiamme di molti falò che in certo modo ci erano di guida verso la nostra mèta. A Passo Corese sostammo poche ore in aspetto di viaggiatori, che attendessero l’ora del treno, più che di milizie uscite da allora di prigionia di guerra. Nessuno del comando delle truppe regolari si curò di noi e solo qualche manifestazione di simpatia ci venne fatta spontaneamente da alcuni ufficiali e dai soldati. Nella notte partiva un treno per Foligno e vi ci fecero salire in branco, come una mandria di pecore. Pareva che sopra di noi passasse un’onta che bisognava al più presto lavare e dimenticare!“
Il racconto di Attilio Baroni si conclude con un messaggio di speranza: “Sono passati molti e molti anni e il ricordo della battaglia di Mentana è venuto via via ingigantendo nella mente degli italiani. Allo scoramento di quei giorni subentrò a poco a poco la speranza, e quella che fu detta una irrimediabile disfatta fu nel tempo glorificata ed avrà nella posterità la sua apoteosi, se già non l’ebbe soli tre anni dopo, quando, malgrado il diniego di straniera prepotenza, Roma, rivendicata all’Italia, è divenuta, per la patria, conquista intangibile.”

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