Quando una domanda diventa un giudizio

“Ma chi te lo fa fare?”
C’è una frase che senti al bar, in famiglia, in ufficio, in palestra. La senti quando annunci che vuoi cambiare lavoro, che hai deciso di scrivere un libro, che ti sei iscritto a un corso di cucito, che hai adottato un cane, che vuoi fare volontariato. “Ma chi te lo fa fare?”
Parole dette con un sorriso appena accennato e tutto il tuo entusiasmo comincia silenziosamente e inesorabilmente a diminuire.
Sembra un’interrogativa. Ma non lo è. È piuttosto un verdetto travestito da domanda. Il messaggio sottinteso è uno solo: non vale la pena. Non vale la fatica, non vale il rischio, non vale il tempo. In poche parole: tu stai sbagliando, e io, che non lo farei mai, lo so!
Il peso delle parole sulle nostre scelte
A pronunciarla sono soprattutto le persone vicine: genitori, colleghi, amici storici, partner. Raramente uno sconosciuto. Questo perché chi ci conosce sa dove premere. Sa che abbiamo dubbi, sa che siamo stanchi, sa che un po’ di paura l’abbiamo già da soli. E sa che quella domanda cadrà su un terreno fertile.
In realtà chi dice “ma chi te lo fa fare?” sta descrivendo sé stesso. Sta dicendo: io non lo farei. Il problema è che lo dice come se fosse una verità assoluta, come se la sua visione del mondo valesse anche per te. Quello che non ho fatto io, non puoi farlo neanche tu.
Gli psicologi che si occupano di motivazione hanno documentato ampiamente come l’entusiasmo iniziale per un progetto sia uno degli stati psicologici più fragili che esistano. È potente ma vulnerabile e quella domanda spesso arriva nel momento in cui hai appena preso una decisione, quando sei ancora nella fase dell’eccitazione e non sei ancora convinto totalmente della scelta che stai per fare. È il momento più facile per destabilizzarti.
E i danni sono concreti. Quante idee sono rimaste nel cassetto perché qualcuno ha sussurrato “ma chi te lo fa fare?”
Quanti romanzi non scritti, quante aziende non fondate, quante relazioni non cercate, quanti viaggi non fatti vivono in quel limbo creato da cinque parole pronunciate al momento sbagliato? Non lo sapremo mai.
La motivazione va protetta
La frase funziona perché si maschera da saggezza. Chi la pronuncia sembra esprimere una preoccupazione: il tempo, le energie, i soldi, la fatica. Sembra un adulto responsabile che ti mette in guardia dai rischi. E questo la rende difficile da smontare. Se qualcuno ti dicesse “la tua idea fa schifo”, potresti difenderti, arrabbiarti, andartene. Ma come si risponde a qualcuno che ti chiede, con tono bonario, se davvero ne vale la pena? Qualunque risposta ti costringe a giustificare la tua gioia. E la gioia non si giustifica. Il momento in cui devi spiegare perché ti piace qualcosa, quella cosa ha già perso metà del suo splendore.
C’è chi ha provato a rispondere con ironia: “Me lo faccio fare io, grazie”. C’è chi ha imparato a sorridere e cambiare discorso. C’è chi ha smesso di annunciare le proprie scelte in anticipo, costruendosi una zona protetta dove nessuno può intervenire finché il progetto non è abbastanza solido da reggersi da solo. Ma la risposta più onesta, quella che raramente viene detta ad alta voce, è forse questa: “Me lo faccio fare il fatto che è la mia vita, non la tua”.
Perché in fondo è di questo che si tratta. Di chi possiede la storia della propria esistenza. Di chi ha il diritto di decidere cosa vale la pena e cosa no. E la risposta è sempre la stessa: tu. Solo tu.
Sostituire il giudizio con l’ascolto
Un esame di coscienza che vale però la pena fare. Quante volte quella domanda l’abbiamo pronunciata noi? Non per cattiveria, ma per abitudine, per quella strana invidia benevola che sentiamo davanti a chi sceglie di osare mentre noi ci siamo trattenuti. È umano. È comprensibile. Ma non è corretto.
La prossima volta che qualcuno ci racconta un progetto con gli occhi che brillano, uno di quei progetti che non capiremo del tutto, che non faremmo mai, che ci sembra strano o rischioso, proviamo a sostituire quella domanda con un’altra. Non “ma chi te lo fa fare?”, ma “raccontami”, “cosa ti spinge a farlo?” Sembra una piccola cosa. Non lo è.
Perché le persone che cambiano la propria vita, ricordano due cose: chi le ha osteggiate con quella domanda, e chi invece le ha ascoltate. Chi ha detto “raccontami”, “cosa ti spinge a farlo”, invece di «ma chi te lo fa fare?».
E quasi sempre, è quella seconda persona che hanno voluto tenere vicina.



6 risposte
Purtroppo ogni progetto o programma, se raccontato, riceve piuttosto che incoraggiamento un tipo di commento che spesso spegne il nostro entusiasmo.
Sicuramente farebbe molto più piacere una versione diversa come hai suggerito saggiamente ma purtroppo è diventata cosa rara..
Corsi di comunicazione efficace bisognerebbe inserirli nelle scuole
Francesca, prendo spunto dall’ultima cosa che hai scritto: “corsi di comunicazione efficace bisognerebbe inserirli nelle scuole”. Lo dico da sempre. Spero tanto che questa idea utopistica possa diventare un giorno, come diceva Adriano Olivetti, un’ “utopia concreta” e sicuramente di fronte a certi argomenti, sapremmo cosa dire, senza fare danni irreparabili.
Come hai detto, e’ la frase che ha frenato tanti progetti e idee magari pronunciata dalle persone a noi piu vicine. Chi ha saputo non ascoltare e ignorare ha cambiato la propria vita. Dipende tutto dalla spinta motivazionale che la persona ha dentro di se
Gemello questa è proprio la frase che più mi sento dire da che sono nato. Quella che tutti e dico tutti mi ripetono ogni giorno, quella che sento dirmi da ogni categoria di persona. Ingegnere operaio medico chiunque.
Eppure tu sai che lavoro faccio, come la penso, e che significato do a questa frase.
La mia risposta è stata sempre una e sarà sempre la stessa.
Lo faccio per guardarmi allo specchio e per guardare negli occhi i miei figli e i giovani come i miei figli.
Vero Franco, la spinta motivazionale e, aggiungo io, l’entusiasmo, fanno la differenza.
Grazie.
Gemello, bellissima la tua risposta. La farò mia all’occorrenza.
Grazie.